marco formento | blinkenmedia

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Scritto da marco formento

22/06/2010 alle 21:52

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(The Times They Are a-Changin)

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Oggi, dopo nove anni al Secolo XIX online, inizio una nuova avventura come global digital director in De Agostini Publishing. Sono stati anni importanti per l’azienda e le persone che lascio e pieni di soddisfazioni, nonostante la complessità delle sfide in un mondo che lotta (anche con sé stesso) per trasformarsi.

Cambio città, anzi *le* città, azienda, ruolo. Sono contento, anche se un po’ di magone si fa sentire, quando anche l’ultima valigia è chiusa. Cosa posso dire? La voglia di imparare e capire resta forte, nonostante l’età ormai avanzata:-P

Brindo assieme a voi e agli amori della mia vita, che come sempre mi sostengono, agli anni appena trascorsi e a quelli che arrivano, sapendo che saranno intensi, interessanti e pieni come quelli appena passati!

Scritto da marco formento

01/04/2010 alle 10:02

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Lost in 3D translation

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Tendiamo a non pensare al fatto che anche un prodotto editoriale tradizionale viva in un suo infospazio tridimensionale, nel quale viene rappresentato mentalmente dal lettore per essere esperito. Una prova evidente di questo fenomeno è il fatto che l’art director di un giornale si interessa di tutto ciò che riguarda il prodotto, ma non dello spessore (lo z axis).

Nel tradurre, poi, questi prodotti-esperienze in digitale non dovremmo affrontare il problema dell’esperienza del prodotto come habitat prima che nei suoi dispositivi  di interfaccia?

._

Scritto da marco formento

21/02/2010 alle 12:13

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Il lato oscuro che rivuole la scarsità: editoria, mercati e rete

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Registro l’urlo di dolore dell’ottimo Antonio Tombolini che condivide su Friendfeed il post dal titolo assai parlante La conferma da 3Italia: navigare sui siti mobile di Corriere della Sera e Repubblica costa 0,09€ a pagina.

In effetti in tutto questo discutere di paywall et similia, si rischia di perdere di vista una distinzione importante tra le strategie editoriali in atto, ovvero fra a) un onda positiva di investimento/ricerca di nuovi formati/occasioni che cerca di ristabilire un mercato per l’informazione online a partire dal paradigma proprio della rete, ovvero l’abbondanza e b) un ‘lato oscuro’ che invece cerca di ristabilire artificiosamente un regime di scarsità sul quale far rivivere i propri prodotti tradotti in bit. Questo lato oscuro ha un grande alleato, le reti mobili, che hanno da sempre un modello assai diverso, ovvero assai ‘scarso’ per gli utenti, sebbene apparentemente vantaggioso per le aziende: sono le uniche reti dove l’utente è sottoposto incessantemente al proprietario della rete. Apparentemente dicevamo, però: se non distribuisci suonerie per cellulari e oroscopi, non vai lontano, specie a 9 centesimi a pagina.

._

Scritto da marco formento

14/02/2010 alle 00:35

Pubblicato in giornali, radar

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Nudi alla meta. Free (not as in free beer) e altre storie

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Qualche anno fa, passeggiando dopo cena a San Francisco, vidi un turista italiano rivolgersi ad un tassista indigeno in una sua personale versione della lingua inglese (abitudine diffusa tra i nostri connazionali, ma questa è veramente un’altra storia)
- Are you free?
- Nope, I charge!

La risposta, accompagnata da una sonora risata, fu, trovai, perfetta. Chi si è appassionato in gioventù al motto di spirito freudiano credo condividerà il mio entusiasmo. Chi no, può sempre approfondire ora, ne vale la pena. Lungi da fargli notare l’errore o correggerlo con la forma adeguata, il tassista ribadì fulmineamente la sua stessa raison d’être per la strada a quell’ora, e per di più con un auto gialla, aggiungendo una risata a suggellare l’ovvietà del non poter certamente essere for free.

Ma il free/gratis in verità, anche per mostrare un po’ di pietas verso il nostro connazionale, ha uno status piuttosto intermittente ai giorni nostri, avendo vissuto una parabola importante in questi ultimi quindici anni, a partire dal web, dal quale poi è in qualche modo tracimato nel mondo di atomi (ad es. con il free-press), confondendo due idee che i padri fondatori dell’Open Source avevano ben distinte in mente, ovvero il free/libero e il free/gratis.

Ad amplificare questa intermittenza semantica tra free/libero e free/gratis ci si sono messi i business plan pre e post bolla, spesso costruiti sui ricavi (ma revenues è più posh in Italì) pubblicitari fantasiosi.
Tanto per dire: lo sapete quanto ricava in pubblicità su base annua un media online italiano con un milione di utenti unici/mese, ovvero qual è il suo fatturato per utente in dodici mesi? Se parliamo di banner, potrei dire qualcosa intorno ai 50 centesimi di euro all’anno per utente estrapolato dalla sua media/mese appunto su base annua. All’anno, davvero.

Con questi fatturati, pardon, revenues, è un no brainer che i prodotti editoriali di domani -quelli che si meriteranno di arrivarci- debbano essere a pagamento. Se è vero che Information wants to be free è vero nel senso che vuole essere accessibile da chiunque e  pubblicabile facilmente senza ricorrere ai costi e all’organizzazione industriali del produrla come un deterrente all’ingresso di nuovi player. Ma l’informazione è gratis da lungo tempo a ben pensarci. Tv e radio hanno sempre dato l’informazione in tempo reale e gratis, ma le persone hanno tutto sommato continuato a comprare i quotidiani in quanto occasione/prodotto e non l’informazione che contengono.
In fondo è tutto qui: se ‘cose’ come Mag+ di Bonnier avranno successo, o il NYT su iPad, lo avranno in quanto tali, in quanto prodotti, non come ‘scatole’ di informazione. L’informazione possiamo serenamente lasciarla fluire a livello corpuscolare free/gratis nella rete, con alcune importanti eccezioni, come l’informazione finanziaria o iperlocale, le persone non l’hanno mai acquistata.

Anche se oggi i ‘giornali’ online paiono ancora nudi, ovvero spogliati  sia dello status di prodotto  che dello status industriale dei loro genitori in atomi, che in qualche modo li giustificava in un orizzonte di scarsezza, non di meno, una volta capita la loro raison d’être (=innovati/trasformati in nuovi format su/per nuove piattaforme/occasioni), ovvero il loro essere informazione in quanto mediata attivamente in un prodotto tanto da esserne inseparabile, non informazione tout-court, potranno ancora sorridere e rispondere
-Yes, we charge!

._

Scritto da marco formento

07/02/2010 alle 00:53

Pubblicato in giornali

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heisenbug | 01 > Jobs; Lanier; FB

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Il problema mi sembra sempre meno che Jobs imponga delle restrizioni ai suoi prodotti, ma piuttosto che non ci siano abbastanza Jobs in giro. Anzi, c’è ne uno solo dalla fine degli anni Settanta.

*
Non so bene perché ma sento che non leggerò You Are Not a Gadget

*
Uno degli inconvenienti del mestiere che faccio è dover avere un profilo su FB

Scritto da marco formento

06/02/2010 alle 15:55

Pubblicato in heisenbug

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La Cosa iPad: apocalittici, integrati e la terza via. Ovvero perché l’iMac non è un pc senza floppy disk

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1. Apocalittici

Mercoledì sera Massimo fotografa bene la prima accoglienza -gelida- della blogosfera (qualsiasi cosa ‘blogosfera’ significhi) alla presentazione dell’iPad con il suo lapidario

Ok archiviamo il fatto che la prima impressione e’ drammatica

Ed effettivamente piovono i post su FriendFeed e Twitter che lo definiscono ‘una cornice digitale’, ‘iPacco’ per poi stabilizzarsi su un deluso ‘iPhone gigante’. Non si contano i sarcasmi sul nome (davvero brutto, anyway). Poi, poco a poco, il clima si disgela e iniziano ad arrivare i primi commenti positivi.

Il fronte del no si stabilizza velocemente su due direttrici argomentali:

- Non hanno inventato niente (e.g.: -con ironia- Vanz) in diverse variazioni che si coagulano attorno a tre concetti: è una copia più potente ma scomoda di un oggetto già esistente (‘un iPhone gigante’); è una copia meno potente ma ancora più portatile di una cosa che esiste già (‘un mini AirBook’/'un mini netbook’); non hanno inventato niente tout court (‘esistono altri modelli e produttori’)
- Interessante ma pericolosa piattaforma di distribuzione di contenuti DRM-driven. Ad esempio iPad: protetto by design di Stefano e il celebre correlato Sign the petition: iPad DRM is iBad for our freedoms.

Vittorio ha raccolto le prime reazioni sui blog italiani qui e qui.

Poco dopo David Pogue posta The Apple iPad: First Impressions dove stigmatizza questi momenti

Now Phase 2 can begin: the bashing by the bloggers who’ve never even tried it: “No physical keyboard!” “No removable battery!” “Way too expensive!” “Doesn’t multitask!” “No memory-card slot!”

That will last until the iPad actually goes on sale in April. Then, if history is any guide, Phase 3 will begin: positive reviews, people lining up to buy the thing, and the mysterious disappearance of the basher-bloggers.


2. Integrati

Il 90% apocalittici + tutti gli altri, fra due mesi, quando sarà in vendita;)
Se avessi tenuto traccia delle critiche feroci all’iPhone quando è stato presentato avrei riempito tera e tera di dischi (chi si ricorda l’incantevole ‘non invia MMS’?), quando d’altro canto le critiche possibili erano su un’altra linea, ovvero sul dove avrebbe portato la traiettoria del prodotto reinventato. Immagino che la storia si ripeterà, pogueianamente.


3. La terza via

Mi piace pensare che esista una terza via che non considera il prodotto/device/piattaforma digitale e la relativa esperienza utente come la raccolta delle sue features. Che riesca ad esprimere insomma il punto di vista del non specialista/nerd/geek, ovvero la prospettva che conta davvero se ci si appassiona non solo ai mercati digitali, ma alle società che tali mercati incontrano. Se così non fosse, l’iPod non sarebbe che un player mp3 peggiorato dal DRM; l’iPhone un HTC con meno megapixel; l’iMac un pc senza floppy.

Su questa via ‘terza’ possiamo allora provare a collocare, e riportare, alcuni ragionamenti:

a) La difficile collocazione dell’iPad in una tassonomia (è una cornice; è un iPhone gigante; il tablet c’era già) è in realtà il segno del suo essere nuovo. Ha ragione Jobs a dire che i netbook non migliorano nessun aspetto dell’esperienza dell’utente, offrono solo esperienza inferiore ad un prezzo inferiore. L’iPad non è la versione Apple del pc-tablet con MacOS (come lo Slate HP che monta MS W7), è la prossima tappa della sparizione del pc: scompare la tastiera, il sistema operativo general purpose, la gestione dei file ‘classica’, dischi e devices, mouse. Resta l’esperienza, il web/media/servizi da toccare.

b) Ha ragione Jobs a collocare gli sforzi di innovazione sul mobile, perché quello è il fronte dove il digitale diventa personale, è ‘mio’. Ora che i laptop fanno tutto quello che fanno i desktop è possibile eliminare la cornice ‘pc’ intorno ai contenuti/media/servizi e farli vivere su uno sfondo il più possibile esile, apparentemente slegati dalla macchina.

c) Dal punto di vista dell’editoria l’iPad (e ciò che seguirà) è un appuntamento col destino, dove questa industry, che ha perso in un certo senso tutti i treni possibili, può riappropiarsi di una porzione del processo di creazione del valore. Molto bello in questo senso il titolo di Luca iPad, i giornali sono applicazioni.
Certo resta da capire se la lettura su LCD sia accettabile (personalmente sono molto curioso di sapere se non esista ‘qualcosa da fare’ via software). Cercherò su questo di fare tesoro del punto di vista appassionato di Antonio, anche se lo stesso Pogue crede che

The iPad as an e-book reader is a no-brainer. It’s just infinitely better-looking and more responsive than the Kindle, not to mention it has color and doesn’t require external illumination

Magazine e libro poi mi sembrano due momenti molto diversi, il primo lo potrei fruire anche su LCD, il secondo, almeno per ora, lo lego all’eInk.
._

Scritto da marco formento

31/01/2010 alle 11:27

Pubblicato in giornali, radar

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La Cosa iPad. Apple presenta il suo non-pc con cui promette di sconvolge tutti i giochi

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La Cosa è notevole e dimostra la lungimiranza e il talento di Jobs. Il tablet di Gates è un pc con un pezzo in meno, quello di Apple è una ‘cosa’ che prima non esisteva. Sembra un iPhone gigante e non ha un sistema operativo da computer ma da ‘cosa’, appunto, da hopefulmonster destinato a ficcarsi nello spazio esistente tra il massimo della fruizione/esperienza mobile e il pc, che per quanto sempre più laptop che desktop, resta in cima alla scala della complessità.

iPad

Difficile dire ora se sarà un successo (se sì, addio Kindle, Nook e compagnia; addio netbook, relativamente, e addio Slate) ma lo street price di 499 dollari aiuterà notevolmente la nuova piattaforma, che peraltro parte forte di 144mila applicazioni ereditate da iPhone/iPod T.

Microsoft appare sempre più in crisi di identità, se non di fatturato. Amazon rischia di fare la fine del firstcomer defenestrato (anche se chi legge libri e non giornali lo amerà, credo, comunque e il catalogo/ecommerce/etc di Bezos non discute). Android continua la sua inspiegabilmente soffice corsa verso non si sa dove.

Perché la Cosa iPad è un computer senza esserlo, un computer che mette in primo piano le persone, i contenuti e i servizi e si acquatta discreto sullo sfondo. E’ una cosa che prima non c’era, come il Mac nel 1984.

Ma non solo: ponderata meglio la fruizione su LCD, quando ti fanno vedere il New York Times (il giornale, non il sito), pensi ‘questo sì, questo prodotto lo possiamo vendere al pubblico’. Erano 15 anni che non provavo quella sensazione riguardo ad un prodotto editoriale digitale, che ora è libero di essere tutto quello che potrà essere (Mag+, Daily Prophet e molto altro ancora)

Scritto da marco formento

28/01/2010 alle 00:10

Soldi nuovi dai vecchi media: la visione di Apple

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Almeno è il titolo di questo articolo del WSJ: Apple Sees New Money in Old Media.

Apple has recently been in discussions with book, magazine and newspaper publishers about how they can work together. The company has talked with New York TimesCo., Condé Nast Publications Inc. and HarperCollins Publishers and its owner News Corp., which also owns The Wall Street Journal, over content for the tablet, say people familiar with the talks.

Scritto da marco formento

24/01/2010 alle 00:07

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Chiamali se vuoi digital natives. Sguardi strabici e audience emergente

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In short, we have to answer this fundamental question: what do we
– a bunch of digital immigrants — need to do to be relevant to the digital natives?

–Rupert Murdoch, 2005 Speech to the American Society of Newspaper Editors

Mi pare che un certo strabismo digitale si stia affermando nelle parole che sento e che leggo. Riguarda le ultime due generazioni, dove la prima è la nostra, quella di chi ha fatto propria la rete (pur in minoranza tra i coetanei) e la seconda è quella dei cosidetti nativi digitali che la usa -secondo noi- piuttosto acriticamente, senza voglia (bisogno?) di indagarla, ma decisamente in maggioranza rispetto ai propri coetanei. Il rischio sarebbe di importare la dinamica del mondo fisico in rete, fatto salvo che anche lì (quì) adolescenti e adulti restano tali, certo.

D’altro canto la rete è stata per noi un po’ come il rock&roll: ha diviso per sempre nuova e vecchia generazione e creato una linea di demarcazione culturale invalicabile tra noi e i nostri genitori, che non a caso sono anagraficamente ben rappresentati nell’establishment di un Paese, il nostro, dove la tecnologia non è proprio la cup of tea nazionale (e taciamo del resto per la proverbale carità di patria). Con i riflessi che tutti vediamo: sviluppo rachitico dell’infrastruttura, goffi tentativi di ‘gestione’ centralizzata, portali governativi che sono quello che sono ma non certo i denari che sono stati spesi per realizzarli.
Ma davvero gli sguardi di queste due generazioni che si sfiorano in rete senza incontrarsi non sono destinati ad incrociarsi? Credo che questa domanda abbia una valenza amplificata per chi fra di noi lavora nei media.

P.S.:La voce più illuminante sui teens mi pare sempre quella di dana boyd.

Scritto da marco formento

20/01/2010 alle 08:00

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