Archivio per maggio 2009
Lo schermo poroso [repêchage]
Quando nasce l’idea del cinema, nel senso dello sguardo che si fissa su di unoschermo? Calasso non ha dubbi, da una pagina di Baudelaire nella quale egli racconta che si ferma, per strada, a fissare una finestra, il suo spettacolo. E loschermo nacque, sentenzia finemente Calasso.
Cesura o illusione (il velo di maya buddista) così come contatto con altro: che spazio ambiguo, e onnipresente nelle suo versioni tecnologizzate, si è ritagliato questo dispositivo che chiamiamo schermo.
Quello affacciato sulla rete ha però una particolarità in quanto schermo, trovo. Non sottace il brusio del mondo (come lo schermo di carta dei giornali e dei libri), non sigilla una verità (come con la televisione), non ci stringe verso una conclusione (come al cinema). Che sia uno schermo poroso?
Back to the future, ovvero i costi dell’innovazione [repêchage]
Murdoch indietro tutta: altro che eliminare gli abbonamenti al WSJ (si dice che siano 700mila), mettiamo in abbonamento online tutte le altre testate di News Corp. Anzi, no introduciamo i micropagamenti. E Kindle, sul quale molti editori si stanno lanciando, tanto da ‘guidare’ Amazon verso formati di schermo maggiori? Né con loro né contro di loro. Non ci interessano nuovi intermediari ma neanche fabbricare il nostro Kindle.
A New York il New York Times non dorme, e, mentre abbraccia il nuovo Kindle DX, sta anche pensando in realtà al modello Economist dove si paga l’accesso alla community (ovvero archivio + contenuti speciali + servizi dedicati; onestamente mi pare la formula migliore). O forse no, fermi tutti!, si pagherà a ‘tassametro’, come scrive Massimo,ovvero oltre un certo numero di articoli per sessione. O per giorno, o per segno zodiacale.E intanto anche in Italia La Stampa sperimenta l’epaper.
Stiamo ancora digerendo le novità che apprendiamo, dei 54 quotidiani online pronti a introdurre l’accesso a pagamento, e parliamo di MediaNews Group, mica bubbole.
The next thing? Magari creare una versione del quotidiano online completamente a pagamento, ma contenente pubblicità. Magari da vendersi ad un premium price perché stampato su carta la sera prima, e tutto a colori, cosa che neanche l’epaper per ora permette. Certo costerebbe non poco, ma sarebbe un’innovazione.
Il dilemma del lettore intermittente [repêchage]
Nel medioevo colui che si occupava di ‘fare un libro’ erano in realtà più soggetti che intervenivano nella cornice di un’attività collettiva e sequenziale, ben lontana dall’essere svolta dall’auctor solitario che per noi, post-romantici dopo tutto, è l’autore. Non a caso, cercando di far vivere tutte le voci autoriali, in un testo che potremmo definire molto antico, perché anteriore al nostro tempo, Roland Barthes scriveva che si proponeva di essere, nell’occasione di quel testo, auctor nel senso multitasking di scriptor, compilator e infine commentator insieme.
Il lettore d’altro canto sa da sempre che ogni libro discende da altri libri anteriori, che in qualche modo si manifestano nel testo attuale. Come lettore moderno sento un altro tipo di pressione però, in qualche modo esterna al testo, anche durante una lettura tradizionale, su carta. Viene dalla rete e mi rende impossibile aderire alla lettura senza un Mac a disposizione per esplorare la nebulosa che quel testo ha espresso, inseguire i suoi riferimenti, annotare letture future in una rete di bookmark, comunicare le mie scoperte. Mi sento un lettore intermittente.
Lucciole per lanterne [repêchage]
Niente è più amusing di avere qualcuno dinnanzi che sostiene di usare ancora ‘la cara vecchia macchina per scrivere’ in quanto non ‘ha ceduto al freddo mondo del computer’. Non so a voi, ma io me lo sento dire ancora, talvolta.
Insomma cosa c’è di più disumano della macchina per scrivere? L’unica tecnologia che adotta permette di cancellare il corpo di chi scrive, le sue variazioni per dire così, nei confronti della scrittura alfabetica (e non a caso anni fa scuola, aziende e istituzioni avevano il compito di insegnare agli umani a scrivere come una macchina). Il pc semmai si sforza di sublimarlo, il corpo.Perdendosi in questi ragionamenti si prendono lucciole per lanterne, nel senso proprio dell’espressione: si scambia una natura con una tecnologia.
Mille pixel e poi ancora [repêchage]
Nel prossimo numero di Oxygen, rivista di Enel realizzata da Codice Edizioni, distribuita nelle librerie Mondadori e Feltrinelli, appare un articoletto su dipendenza tecnologica a mia firma dove ho provato a rivedere la categoria della dipendenza, vera o supposta, alla luce del suo contrario, il timore dell’intermittenza (che mi pare più attuale). Eccolo:
Mille pixel e poi ancora: dipendenza, intermittenza e futuro
di Marco Formento
I giochi di ruolo online appassionano milioni di persone in tutto il mondo, arrivando – secondo i critici – a rasentare una vera e propria dipendenza. Ma in una società che pare non possa più fare a meno di e-mail, cellulari, google e social network, qual è il vero confine tra vita “reale” e vita “virtuale”?
Il pendio è sempre più ripido. Arranco come posso, ma di tanto in tanto il grande fenicottero rosa e arancio che è la mia cavalcatura inciampa e finiamo irrimediabilmente qualche metro più giù. Non c’è che ricominciare, trovare il passaggio migliore tra le rocce, sperare che gli zoccoli facciano presa su quel lacerto di verde laggiù, che, mentre mi avvicino, già vira al marrone e non sembra più così sicuro, in termini di presa, come qualche minuto prima. Ho paura di non farcela. So di non farcela, almeno non in tempo. Mi sono messo in viaggio troppo tardi e sono anche dovuto passare in città a comprare il necessario per la serata: frecce e pozioni, soprattutto. Ma avevo promesso a Simona di cenare insieme, almeno stasera, e non volevo deluderla né perdermi il piacere di quel rito serale e domestico. Sento nelle cuffie le voci dei miei diciannove compagni in tutte le concepibili sfumature della lingua inglese. Si stanno lamentando del mio ritardo: in effetti manco solo io. Non posso farli aspettare ancora, né, almeno in questa parte di mondo, usare il mio drago volante. Non mi resta che smontare di sella e chiedere un trasporto, per quanto mi faccia un po’ rabbia ammetterlo. M8s pls, need a summon. Pochi istanti dopo una forza invisibile mi teletrasporta direttamente in mezzo al gruppo. Con il sollievo di tutti.
Tempo di spiegazioni e, forse, outing. Ovviamente non stavo parlando di un’esperienza in atomi (“reale” può essere una definizione terribilmente fuorviante, almeno quanto “virtuale”) ma in bit. Niente fenicotteri elfici a spasso per il centro, dunque. Raccontavo di un momento vissuto nel gioco di ruolo online (MMORPG) World of Warcraft, ovvero di un universo che esiste in senso stretto solo nella pancia della macchina, e delle suo molte sorelle, che lo produce in tempo reale per i suoi 12 milioni di utenti, immagino in una grande server farm opportunamente sistemata in una qualche desolata periferia californiana o coreana. Ma se la macchina produce un mondo, eseguendo le istruzioni dei suoi programmatori, questo mondo è ben abitato da persone che si relazionano con altre persone. Il che è un modo di dire che essi, gli umani, divengono una forma di vita sullo sfondo dello stesso universo istanziato dalle macchine. E proprio là, nell’estensione di questo sfondo, confesso che ho passato ben due mesi nell’arco dell’ultimo anno e mezzo, funestando notti e weekend. Due mesi che non posso dire essere meno “reali” della vita in atomi, e non solo dal punto di vista della macchina. Ho partecipato a matrimoni e divorzi, alcuni celebrati (i matrimoni) anche nel mondo “virtuale” di WoW. Mi sono addolorato per la morte dell’amico di un compagno (mate o, tachigraficamente, m8), entusiasmato per l’amore coronato infine, nonostante l’avversità delle famiglie, di due ragazzi indiani (ricorda qualcosa?), commosso per la generosità di una ragazzina inglese, che ha passato settimane ad aiutarmi, all’inizio del mio viaggio, ad apprendere le dinamiche di gioco e, insomma, a tirarmi fuori dal mio scomodo stato di principiante (noob). Ho anche parlato su Skype con suo padre, una volta: immagino che volesse essere rassicurato sulla correttezza delle mie intenzioni, vista la quantità di tempo che passavo con sua figlia. Non è stato difficile capirci, visto che sono padre anch’io.E devo anche aggiungere che quei due mesi sono stati solo una parte del tempo che ho trascorso online. E-mail, web e social network hanno preso il resto del mio tempo che ha dipeso dalla tecnologia. Dipendente dalla rete e dalla tecnologia relativa: così, dunque, mi sento. Anzi, rendo piena confessione: in una sola occasione in questi ultimi diciotto mesi sono stato senza accesso alla rete per due settimane di seguito e alla fine della prima qualche disagio ho incominciato a sentirlo, anche se non proprio in senso clinico, direi.
In tempi di denuncia della supposta analogia tra la dipendenza da rete propriamente detta (internet addiction disorder) e le tossicodipendenze, forse vale la pena affermare che il punto essenziale non è capire se siamo dipendenti dalla tecnologia (lo siamo) o cosa ci dobbiamo aspettare in futuro a tale proposito (essere ancora più dipendenti dalla tecnologia), ma che la domanda è mal posta e può essere invece fruttuosamente mutata di contesto e resa così, barthesianamente, operabile. Perché la posta in gioco è la comprensione della vitalità della linea di confine, del bordo, che raccorda vita in atomi e vita online, come pure dello sfocarsi dei suoi stessi lembi, in un momento della storia, il nostro, in cui la tecnologia non è più solo strumento ma diviene propriamente contesto. Ed è proprio questo contesto che ci permette di agire la nuova porzione di vita tecnologizzata in una dimensione quasi letteraria, autoriale, in forza della sua autonomia dal mondo fisico oltreché dal suo avere natura fortemente simbolica (qui pensiamo a Turing).
Il punto insomma ci sembra non tanto insistere sul tasto della vita online come sostituto della vita “vera”, ma di comprendere come l’una e l’altra (atomi e informazione, per dire così) siano appunto entrambi vita, estensione l’una dell’altra.
In questa linea di pensiero, non solo ciò che oggi tratteggiamo come “dipendenza” aumenterà, ma lo farà al punto di sparire, semplicemente, traboccando la rete dal suo piano astratto-simbolico direttamente nel mondo (Borges, 1985). Se così fosse avremo un nuovo orizzonte di problematicità, questa volta nell’intermittenza con cui la tecnologia ci viene resa disponibile, che sostituirà nelle discussioni di tipo sociologico il tema della dipendenza. Il che ci porterebbe dritti all’idea fortemente connessa alla tecnologia, forse più che alla scienza stessa, in un certo senso, che è il futuro, idea che viene rischiarata in questo contesto dallo sguardo aumentato di persone che hanno conquistato, e per di più extra-letterariamente (!), la possibilità di rielaborare il proprio passato (Starobinski, 1961). Questo nuovo futuro, questa idea del futuro, che stiamo elaborando non sarà allora uno scontato appuntamento alla prossima tappa di una tranquilla retta che dispone la freccia del tempo in ordinati prima e dopo, ma una nuova release dello stesso sfondo dal quale siamo insieme presi e dispersi. E pure fautori.
Consigli di lettura
Barthes R. (1967), Système de la mode, Èdition du Seuil
Borges J.L. (1985), Tlön, Uqbar, Orbis Tertius in Finzioni, Einaudi
Starobinksi J. (1961), L’oeil vivant, Gallimard
Leavitt D, (2007), L’uomo che sapeva troppo. Alan Turing e l’invenzione del computer, Codice Edizioni
Editoria online: a quick recap [repêchage]
Ovvero i tre grandi mantra del 2009, nel caso vi siate persi i zillioni di post che un po’ tutti;) stanno scrivendo in questo burrascoso anno:
1. Ora pagare, please. Un urlo di dolore si alza dalle aziende editoriali di tutto il Globo: ma chi ha detto che i contenuti online devono essere gratis?
E allora giù tutti a fare ipotesi, più o meno giudiziose, da un apocalittico Murdoch ad un prudente De Benedetti. I modelli pay ipotizzati fin qui sono tutto e il contrario di tutto: abbonamento, a tassametro, a consumo, a tempo, club/community. Qualcosa resterà (?) Certo che con i bassi volumi della pubblicitàonline, in relazione all’ARPU dai lettori di carta, almeno recuperare il fronte del pagamento del prodotto darebbe un’iniezione di entusiamo agli editori, i quali sono meno old di quello chi immaginiamo, spesso.
2. Google a chi? Il secondo mantra riguarda l’intermediatore per definizione, Big G, che nel suo ruolo di amico/nemico da sempre ha oscillato, nella percezione degli editori, da partner di default a vampiro in nuce. Ora si stabilmente assestando sulla posizione transilvana. E non più in nuce.
Quindi: morte agli intermediatori, ovunque si nascondano. Abbasso Google (Espresso/RCS) e abbasso pure Amazon (Murdoch).
3. Né con la carta né col PC. Archiviati i tentativi di dare dei veri e propri prodotti sui cellulari (LOL), e sempre scettici nella consultazione su PC (ragionevolente se si considera la quota di persone che lottano quotidianamente con Windows, peraltro) l’interesse verso la piattaforma eInk/ePaper non si arresta e a casa nostra seguiamo con interesse l’esperimento della Stampa a cui va il merito di aver tracciato la strada. Buona la risoluzione e l’effetto ‘carta’ dello schermo, mirabile la durata delle batterie. Però è in bianco e nero, ‘flasha’ tra una schermata e l’altra, il device costa troppo e in definitiva non ha il feeling erotico dell’iPod. E soprattutto ha bisogno di essere ‘nutrito’ da un prodotto terzo, disegnato apposta, rispetto alla carta e al web (pdf della carta) per i limiti di cui sopra più le dimensioni dello schermo, 10″ al massimo attualmente. D’altro canto i limiti nascono per essere superati nell’high tech e il nuovo Kindle DX rivela le intenzioni di molti in questo campo.
Se poi davvero i libri per i ragazzi delle scuole dell’obbligo diventassero, dal 2011 come annunciato, di default file da leggere su eBook certo che si costituerebbe una user-base imponente e da subito si abiliterebbero milioni di famiglie a questi prodotti. Con un sospiro di sollievo per schiene, alberi e derivati del petrolio.
[Repêchage dell'omonimo post su Cailloux, maggio 2009]
The messier, the better [repêchage]
Ascolto alcuni esperti di web che si stracciano le vesti a causa delle ‘mode’ tecnologiche. Ora queste mode esistono, eccome, e ci ricordano peraltro che sono gli umani [Patron Saint: Roland Barthes] che scelgono le tecnologie e non viceversa (almeno per ora) e non a caso le dispongono entro sistemi.
Un filone della discussione però mi pare più angusto degli altri: la discussione sulle etichette che diamo alle cose, quando il mantra dei lamentanti diventa (durante lo stracciamento delle vesti di cui sopra, mi raccomando l’espressione stanca e spiritata) lo straziante urlo
Ma quando finirà la moda del –>inserisci nome odiata etichetta qui <– ?!?!
Francamente mi sembra incredibile, ora che possiamo accedere al terzo ordine [Patron Saint: David Weinberger], che ancora si argomenti sul disordine introdotto da etichette esterne al piccolo mondo degli esperti. Il Web2.0 non esiste? Buffo, perché viaggio da anni due continenti per vederlo, sentirne e parlarne;) L’Enterprise 2.0 non esiste? Bizzarro, ora cosa dico ai miei clienti? Ah, sono solo nuovi modi di chiamare vecchie cose? E anche se così fosse, e non è, non tout-court comunque, so what?
Come dire che se tra i neofiti di Flickr nascessero delle mode nel tagging queste invaliderebbero l’accesso alle ‘mie’ foto con mille inutili etichette ‘di moda’, quando è il contrario, sarebbero solo percorsi in più che, anche in modo frivolo, di moda appunto, si aprono: the messier, the better.
[Repêchage dell'omonimo post su Cailloux, giugno 2009]
