Archivio per gennaio 2010
La Cosa iPad: apocalittici, integrati e la terza via. Ovvero perché l’iMac non è un pc senza floppy disk
1. Apocalittici
Mercoledì sera Massimo fotografa bene la prima accoglienza -gelida- della blogosfera (qualsiasi cosa ‘blogosfera’ significhi) alla presentazione dell’iPad con il suo lapidario
Ok archiviamo il fatto che la prima impressione e’ drammatica
Ed effettivamente piovono i post su FriendFeed e Twitter che lo definiscono ‘una cornice digitale’, ‘iPacco’ per poi stabilizzarsi su un deluso ‘iPhone gigante’. Non si contano i sarcasmi sul nome (davvero brutto, anyway). Poi, poco a poco, il clima si disgela e iniziano ad arrivare i primi commenti positivi.
Il fronte del no si stabilizza velocemente su due direttrici argomentali:
- Non hanno inventato niente (e.g.: -con ironia- Vanz) in diverse variazioni che si coagulano attorno a tre concetti: è una copia più potente ma scomoda di un oggetto già esistente (‘un iPhone gigante’); è una copia meno potente ma ancora più portatile di una cosa che esiste già (‘un mini AirBook’/'un mini netbook’); non hanno inventato niente tout court (‘esistono altri modelli e produttori’)
- Interessante ma pericolosa piattaforma di distribuzione di contenuti DRM-driven. Ad esempio iPad: protetto by design di Stefano e il celebre correlato Sign the petition: iPad DRM is iBad for our freedoms.
Vittorio ha raccolto le prime reazioni sui blog italiani qui e qui.
Poco dopo David Pogue posta The Apple iPad: First Impressions dove stigmatizza questi momenti
Now Phase 2 can begin: the bashing by the bloggers who’ve never even tried it: “No physical keyboard!” “No removable battery!” “Way too expensive!” “Doesn’t multitask!” “No memory-card slot!”
That will last until the iPad actually goes on sale in April. Then, if history is any guide, Phase 3 will begin: positive reviews, people lining up to buy the thing, and the mysterious disappearance of the basher-bloggers.
2. Integrati
Il 90% apocalittici + tutti gli altri, fra due mesi, quando sarà in vendita;)
Se avessi tenuto traccia delle critiche feroci all’iPhone quando è stato presentato avrei riempito tera e tera di dischi (chi si ricorda l’incantevole ‘non invia MMS’?), quando d’altro canto le critiche possibili erano su un’altra linea, ovvero sul dove avrebbe portato la traiettoria del prodotto reinventato. Immagino che la storia si ripeterà, pogueianamente.
3. La terza via
Mi piace pensare che esista una terza via che non considera il prodotto/device/piattaforma digitale e la relativa esperienza utente come la raccolta delle sue features. Che riesca ad esprimere insomma il punto di vista del non specialista/nerd/geek, ovvero la prospettva che conta davvero se ci si appassiona non solo ai mercati digitali, ma alle società che tali mercati incontrano. Se così non fosse, l’iPod non sarebbe che un player mp3 peggiorato dal DRM; l’iPhone un HTC con meno megapixel; l’iMac un pc senza floppy.
Su questa via ‘terza’ possiamo allora provare a collocare, e riportare, alcuni ragionamenti:
a) La difficile collocazione dell’iPad in una tassonomia (è una cornice; è un iPhone gigante; il tablet c’era già) è in realtà il segno del suo essere nuovo. Ha ragione Jobs a dire che i netbook non migliorano nessun aspetto dell’esperienza dell’utente, offrono solo esperienza inferiore ad un prezzo inferiore. L’iPad non è la versione Apple del pc-tablet con MacOS (come lo Slate HP che monta MS W7), è la prossima tappa della sparizione del pc: scompare la tastiera, il sistema operativo general purpose, la gestione dei file ‘classica’, dischi e devices, mouse. Resta l’esperienza, il web/media/servizi da toccare.
b) Ha ragione Jobs a collocare gli sforzi di innovazione sul mobile, perché quello è il fronte dove il digitale diventa personale, è ‘mio’. Ora che i laptop fanno tutto quello che fanno i desktop è possibile eliminare la cornice ‘pc’ intorno ai contenuti/media/servizi e farli vivere su uno sfondo il più possibile esile, apparentemente slegati dalla macchina.
c) Dal punto di vista dell’editoria l’iPad (e ciò che seguirà) è un appuntamento col destino, dove questa industry, che ha perso in un certo senso tutti i treni possibili, può riappropiarsi di una porzione del processo di creazione del valore. Molto bello in questo senso il titolo di Luca iPad, i giornali sono applicazioni.
Certo resta da capire se la lettura su LCD sia accettabile (personalmente sono molto curioso di sapere se non esista ‘qualcosa da fare’ via software). Cercherò su questo di fare tesoro del punto di vista appassionato di Antonio, anche se lo stesso Pogue crede che
The iPad as an e-book reader is a no-brainer. It’s just infinitely better-looking and more responsive than the Kindle, not to mention it has color and doesn’t require external illumination
Magazine e libro poi mi sembrano due momenti molto diversi, il primo lo potrei fruire anche su LCD, il secondo, almeno per ora, lo lego all’eInk.
._
La Cosa iPad. Apple presenta il suo non-pc con cui promette di sconvolge tutti i giochi
La Cosa è notevole e dimostra la lungimiranza e il talento di Jobs. Il tablet di Gates è un pc con un pezzo in meno, quello di Apple è una ‘cosa’ che prima non esisteva. Sembra un iPhone gigante e non ha un sistema operativo da computer ma da ‘cosa’, appunto, da hopefulmonster destinato a ficcarsi nello spazio esistente tra il massimo della fruizione/esperienza mobile e il pc, che per quanto sempre più laptop che desktop, resta in cima alla scala della complessità.

Difficile dire ora se sarà un successo (se sì, addio Kindle, Nook e compagnia; addio netbook, relativamente, e addio Slate) ma lo street price di 499 dollari aiuterà notevolmente la nuova piattaforma, che peraltro parte forte di 144mila applicazioni ereditate da iPhone/iPod T.
Microsoft appare sempre più in crisi di identità, se non di fatturato. Amazon rischia di fare la fine del firstcomer defenestrato (anche se chi legge libri e non giornali lo amerà, credo, comunque e il catalogo/ecommerce/etc di Bezos non discute). Android continua la sua inspiegabilmente soffice corsa verso non si sa dove.
Perché la Cosa iPad è un computer senza esserlo, un computer che mette in primo piano le persone, i contenuti e i servizi e si acquatta discreto sullo sfondo. E’ una cosa che prima non c’era, come il Mac nel 1984.
Ma non solo: ponderata meglio la fruizione su LCD, quando ti fanno vedere il New York Times (il giornale, non il sito), pensi ‘questo sì, questo prodotto lo possiamo vendere al pubblico’. Erano 15 anni che non provavo quella sensazione riguardo ad un prodotto editoriale digitale, che ora è libero di essere tutto quello che potrà essere (Mag+, Daily Prophet e molto altro ancora)
Soldi nuovi dai vecchi media: la visione di Apple
Almeno è il titolo di questo articolo del WSJ: Apple Sees New Money in Old Media.
Apple has recently been in discussions with book, magazine and newspaper publishers about how they can work together. The company has talked with New York TimesCo., Condé Nast Publications Inc. and HarperCollins Publishers and its owner News Corp., which also owns The Wall Street Journal, over content for the tablet, say people familiar with the talks.
Chiamali se vuoi digital natives. Sguardi strabici e audience emergente
In short, we have to answer this fundamental question: what do we
– a bunch of digital immigrants — need to do to be relevant to the digital natives?
–Rupert Murdoch, 2005 Speech to the American Society of Newspaper Editors
Mi pare che un certo strabismo digitale si stia affermando nelle parole che sento e che leggo. Riguarda le ultime due generazioni, dove la prima è la nostra, quella di chi ha fatto propria la rete (pur in minoranza tra i coetanei) e la seconda è quella dei cosidetti nativi digitali che la usa -secondo noi- piuttosto acriticamente, senza voglia (bisogno?) di indagarla, ma decisamente in maggioranza rispetto ai propri coetanei. Il rischio sarebbe di importare la dinamica del mondo fisico in rete, fatto salvo che anche lì (quì) adolescenti e adulti restano tali, certo.
D’altro canto la rete è stata per noi un po’ come il rock&roll: ha diviso per sempre nuova e vecchia generazione e creato una linea di demarcazione culturale invalicabile tra noi e i nostri genitori, che non a caso sono anagraficamente ben rappresentati nell’establishment di un Paese, il nostro, dove la tecnologia non è proprio la cup of tea nazionale (e taciamo del resto per la proverbale carità di patria). Con i riflessi che tutti vediamo: sviluppo rachitico dell’infrastruttura, goffi tentativi di ‘gestione’ centralizzata, portali governativi che sono quello che sono ma non certo i denari che sono stati spesi per realizzarli.
Ma davvero gli sguardi di queste due generazioni che si sfiorano in rete senza incontrarsi non sono destinati ad incrociarsi? Credo che questa domanda abbia una valenza amplificata per chi fra di noi lavora nei media.
P.S.:La voce più illuminante sui teens mi pare sempre quella di dana boyd.
Confermato il 26, anzi il 27. Apple reiventing the media industry (once again)?
Ha ragione Giuseppe Granieri: stanno arrivando le prime simil-news, e non solo rumors, sull’iSlate, il tablet-qualcosa più famoso del mondo, tanto quanto misterioso, visto che sono partiti gli inviti Apple per l’evento pianificato prima per il 26 gennaio e poi spostato al 27.
Riuscirà Apple ha cambiare, ammesso che ci provi davvero, il mondo dell’editoria dopo avere trasformato per sempre quello della musica? Secondo WSJ Times Inc e Harpers Collins credono di sì. Certo che Cupertino ha la possibilità di ricreare un intero ecosistema, quanto e più di Amazon e comunque enormemente più di un ‘semplice’ gruppo editoriale, ovvero allineare sulla stessa traiettoria contenuti, store, device rivoluzionari e delivery multipiattaforma.
AppleInsider: HarperCollins in talks to offer content for Apple’s tablet
On Demand publishing. Ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare i new new-media
Le redazioni online sono tutto sommato organizzate come le redazioni tradizionali. Non è che ci sia questa grande differenza, in fondo. Vero che ci si organizza per coprire almeno 12 ore e più al giorno in tempo reale, senza la rete (di sicurezza) della produzione tradizionale su carta, vero che le notizie vivono di scrittura incrementale (o almeno dovrebbero), link, commenti dei lettori, multimedia, crossmedialità e così via ma se guardiamo ai basics si tratta sempre del più tradizionale dei lavori giornalistici: ricerca, selezione, gerarchia, controllo. Si tratta sempre di vaglio, di selezione a partire dalle scelte del ‘capo redattore’ a scendere fino ai collaboratori. Il che naturalmente ha le sue ragioni, che rientrano tutte nel DNA del mestiere del giornalismo (e dell’editoria, non dimentichiamolo), a testimoniare il retaggio da cui nascono scaturiscono gli attuali new media.
E se non fossero, queste ragioni, questo lavoro anti-wikipediano, per dire così, nulla se non un (sontuoso) relitto della media industry? Il controllo non è scalabile, ci ricorda David Weinberger: perché allora non proviamo a ragionare in termini di inclusività anche per i media? In fondo alcuni siti ‘puri’ lo fanno già, ad alcuni gradi, per meglio esplorare i ricavi della performance ad.
Se sostituissimo cioè l’intelligenza del caporedattore con quella di un robot che surfi, aggreghi, renda visibili i topics che scaturiscono in tempo reale in rete e lavorassimo su quelli? E se a questo ‘aggregatore’ collegassimo una rete di collaboratori e volontari che produca in near real time contenuti SEO-ottimizzati? Saremmo ancora nel giornalismo o ne staremmo istanziando l’antimateria?
L’autore collettivo si dispiega. Le ‘Nuove prospettive sul futuro dell’informazione’, aumentate
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Nuovissime prospettive sul futuro dell’informazione
Prosegue la raccolta bibliografica sull’informazione
Raccolta bibliografica sull’informazione
Nuove prospettive sul futuro dell’ informazione – Contributi da Giornalaio
A favore di un’informazione ‘ecosostenibile’. Alla ricerca di nuovi equilibri nella società prima che sul mercato
Scrivere insieme a Marco Formento
Postille a ‘Nuove prospettive sul futuro dell’informazione’ di Luca De Biase
Nuove prospettive sul futuro dell’informazione
Cose che possono fare la differenza. Google.cn questa sera rende internet un posto migliore
Segnalato prontamente da Massimo e Quinta mezz’ora fa: Google dichiara di non volere continuare a collaborare con la censura del governo cinese. A costo di interrompere le operazioni in Cina. Forse è solo business, forse è anche business, e non solo il don’t be evil di Larry e Sergey, ma un po’ di orgoglio per questo mondo fatto di bit invece che di atomi, alla fine spunta. A new approach to China, really.
Diamanti e cocci di bottiglia: va bene così. Breve apologia della rete come ambiente che gioca il caos
Google come aggregatore industriale di sapere,
Wikipedia come aggregatore volontario di sapere,
un’azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari,
non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia
–Gianni Riotta
Il tema è quello dell’ormai famoso pezzo di Gianni Riotta su Sole sul declino del web (daje). Gli argomenti sono un po’ i soliti, per quanto la scrittura di Riotta sia brillante, il testimonial è invece inaspettato, Jaron Lanier. In sostanza i temi riottiani sono quelli del culto dell’amatore, che starebbe distruggendo la rete. Peggio ancora l’orizzonte da raggiungere sarebbe la rete come luogo della verità [sic!].
Non so come si sia espresso ‘in originale’ Lanier ma capire (to get it) la rete o no sta proprio in questo: nel sentire perché in rete le cose sono diverse. E se le cose andassero male, dovremmo poi rivolgere lo sguardo alla società che questi contenuti e relazioni genera: la rete ne è in parte lo specchio e in parte un prolungamento: un contesto, non più uno strumento, come si usa dire da parte di chi non la abita.
Contesto favorevole alla comprensione e al collegamento di macchine, testi (ad ampio spettro, non nel senso di documenti testuali) e persone. Solo chi non la vive, frequentarla non basta, non comprende, weinbergherianamente, l’eleganza, anche epistemologica, del terzo ordine. Altro che overload informativo. Per il resto, come alcuni scrivevano vent’anni fa, don’t feed the troll.
Qui gli interventi di: Zambardino, De Biase, Mantellini, Granieri

