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On Demand publishing. Ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare i new new-media

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Le redazioni online sono tutto sommato organizzate come le redazioni tradizionali. Non è che ci sia questa grande differenza, in fondo. Vero che ci si organizza per coprire almeno 12 ore e più al giorno in tempo reale, senza la rete (di sicurezza) della produzione tradizionale su carta, vero che le notizie vivono di scrittura incrementale (o almeno dovrebbero), link, commenti dei lettori, multimedia, crossmedialità e così via ma se guardiamo ai basics si tratta sempre del più tradizionale dei lavori giornalistici: ricerca, selezione, gerarchia, controllo. Si tratta sempre di vaglio, di selezione a partire dalle scelte del ‘capo redattore’ a scendere fino ai collaboratori. Il che naturalmente ha le sue ragioni, che rientrano tutte nel DNA del mestiere del giornalismo (e dell’editoria, non dimentichiamolo), a testimoniare il retaggio da cui nascono scaturiscono gli attuali new media.

E se non fossero, queste ragioni, questo lavoro anti-wikipediano, per dire così, nulla se non un (sontuoso) relitto della media industry? Il controllo non è scalabile, ci ricorda David Weinberger: perché allora non proviamo a ragionare in termini di inclusività anche per i media? In fondo alcuni siti ‘puri’ lo fanno già, ad alcuni gradi, per meglio esplorare i ricavi della performance ad.

Se sostituissimo cioè l’intelligenza del caporedattore con quella di un robot che surfi, aggreghi, renda visibili i topics che scaturiscono in tempo reale in rete e lavorassimo su quelli? E se a questo ‘aggregatore’ collegassimo una rete di collaboratori e volontari che produca in near real time contenuti SEO-ottimizzati? Saremmo ancora nel giornalismo o ne staremmo istanziando l’antimateria?

Scritto da marco formento

15/01/2010 a 13:13

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