Archivio per gennaio 2010
A favore di un’informazione ‘ecosostenibile’. Alla ricerca di nuovi equilibri nella società prima che sul mercato
Luca De Biase precisa molto bene un punto importante nella conversazione nata attorno al suo post quando dice che, in fondo l’inquinamento (possiamo dire, l’entropia?) dell’ecosistema informativo che stiamo cercando di costruire è parte integrante della partita e come tale non va censurato, né d’altro canto semplificato, quanto (per usare un termine caro a noi vecchietti;) surfato, specie in questa momento:
L’inquinamento è costantemente possibile. In ciascun modello ci sono potenziali falle alla sicurezza dell’informazione. Nel modello basato sul mercato, per esempio, non possiamo non citare i latenti conflitti tra gli interessi dei lettori-compratori di prodotti editoriali e gli inserzionisti pubblicitari. Nel modello dei media sociali si rischia una scarsità di risorse per l’investimento nella ricerca di informazione, di coordinamento metodologico, di sistematicità nella verifica. Nel modello comunitario, nel quale fondazioni e società sostengono il lavoro di ricerca dell’informazione, si rischia la concentrazione sui temi più vicini alle forme della comunità stessa. Nel modello statalista si rischia la sterilità delle idee, a fronte degli interessi elettorali. Ma attenzione: tutti questi sono rischi, non certezze (benché i rischi del mercato e dello stato siano piuttosto elevati e i rischi dei media sociali e delle comunità siano tutti da verificare); e soprattutto le opportunità offerte da ciascun modello sono altrettanto importanti. Con molta umiltà, il nostro autore collettivo potrebbe andare avanti in questa direzione per analizzare rischi e opportunità in modo sistematico e non pregiudiziale.
In questa visione il ‘prodotto bellissimo’ si rivela allora pienamente nella luce del prodotto che i destinatari, messi al centro della fruizione/partecipazione, sono interessati a abitare. E, cosa forse più importante perché anteriore, definisce l’orizzonte di una società da (ri)costruire prima di preoccuparsi di definire dei prodotti destinati a tale società. Vitale.
Se poi, come mi pare che anche Luca faccia ben traslucere, maturasse una piattaforma/tecnologia che potenzi abitudini di fruizione antiche sullo sfondo del digitale e della sua nuvola, allora avremmo il contesto migliore per produrlo e distribuirlo questo ‘prodotto bellissimo’, a patto di saperlo pensare. E non posso che essere d’accordo: gli ereader sono la prima reale occasione per gli editori di quotidiani di rifondare un’economia -dalla loro prospettiva, per carità- dell’informazione. E sì, occorre lavorarci, anzi
Fare ricerca. E crederci.
Postille a ‘Nuove prospettive sul futuro dell’informazione’ di Luca De Biase
Nel recente post Nuove prospettive sul futuro dell’informazione l’ottimo e sempre prestigioso Luca elabora tre riflessioni generali, importanti e trovo di grande respiro, cui vorrei aggiungere un minimo testo parallelo, per provare a partecipare alla discussione [patron saint: Roland Barthes quando ci ricordava che, in un tempo molto anteriore al nostro, pre-romantico, l'auctor era una figura collettiva che riassumeva il lavoro asincrono dello scriptor, del compilator e infine dello stesso commentator].
Luca scrive:
1. L’informazione di qualità ha valore e costa tempo o denaro. Il modo in cui viene pagata contribuisce a qualificarla: può pagarla il pubblico che compra un prodotto editoriale, la pubblicità che compra l’attenzione del pubblico, una comunità di sottoscrittori o uno stato che la finanzia. Oppure può essere regalata da brave persone molto informate che trovano la loro dimensione nel pubblico attivo. La soluzione del pubblico che paga il prodotto non è l’unica, ma è ottima – per l’informazione è comunque migliore di un modello basato solo sulla pubblicità che paga tutto – ma si realizza se il prodotto è davvero bellissimo.
2. L’ambiente che crea le condizioni per generare un prodotto editoriale davvero bellissimo è essenzialmente costruito da: a) editori che investono in ricerca, che amano la tecnologia e la capiscono, che corrono alla velocità della tecnologia, che inventano i modelli di business giusti; b) da giornalisti, autori, designer, grafici, che colgono le possibilità offerte dalla tecnologia e le interpretano bene;
3. La tecnologia è contemporaneamente una continua corsa al rialzo e alla popolarizzazione: non ci sono barriere all’entrata che durano per sempre; e la qualità, come la partecipazione del pubblico (anche attraverso il pagamento), si mantiene soltanto investendo continuamente nella qualità dei contenuti e nella tecnologia che li supporta.
La prima affermazione per me è la più problematica, perché credo non ricada nella storia dell’editoria come industria. Il valore dell’editoria quotidiana è sempre stato stabilito, prima della qualità dell’informazione, dalla stessa possibilità di produrla. Ovvero dalla scarsezza relativa. Quando diciamo che ‘L’informazione di qualità ha valore’ in realtà dovremmo forse dire: sarebbe augurabile che l’editoria generasse una consapevolezza che il valore dei suoi prodotti deve ormai trovare una diversa sorgente e che autorità (posso stampare un quotidiano) e autorevolezza (stampo un ottimo quotidiano) sono due destini distinti, per la prima volta nella storia di questa industry, che infatti vive a tutt’oggi la rete come uno scandalo (ovvero skàndalon, incidente).
Sono d’accordo che ‘Il modo in cui viene pagata [l'informazione] contribuisce a qualificarla’ ma non credo che la scelta di un modo o dell’altro sia neutra. In particolare trovo che accettare, o invocare, soldi pubblici sia ingannevole, perché il nostro lettore, concetto che non tutti i quotidiani tengono al centro del proprio fare giornalistico (quante volte si scrive per essere letti da VIP o altri colleghi), sparirebbe come stakeholder, sia perché mi pare un ripiego che certo non ispirerebbe innovazione, quanto acquiescenza.
Alla luce di quanto detto credo allora che ‘La soluzione del pubblico che paga il prodotto non è l’unica, ma è ottima (…) ma si realizza se il prodotto è davvero bellissimo’ assuma senso al di quà della rivoluzione digitale, dove la creazione di valore tendeva -industrialmente- a posizionarsi nelle fasi di produzione dell’informazione. Processo costoso, che giustifica da sé, in realtà generando utili altissimi, specie publicitariamente, una valorizzazione del prodotto, del resto semi-esclusivo. Ma ovviamente, come anche Luca spesso ci racconta nei suoi scritti, il tema è tutto al di là di quel momento mentre trovo che bisognerebbe, tutti, meditare sulle diverse prospettive che dovrebbero giudicare un ‘prodotto bellissimo’. Io ne vedo tre, anzi quattro di punti di vista, due interni all’impresa editoriale e due esterni, ovvero quello della redazione e dei giornalisti, dell’azienda e dei suoi manager, dell’investitore pubblicitario e del lettore. E quasi mai coincidono.
To read or to browse. Se i limiti si confondono con le possibilità
Gli ereader offrono per la prima volta la possibilità di leggere testi in digitale in modo soddisfacente, per quanto connessi, specie il Kindle, invece che ‘navigare’. In parte per la mimesis offerta dalla tecnologia eInk, in parte per le loro stesse limitazioni (immagini statiche a 16 grigi o testo), almeno per ora.
Infatti assai notevolmente questi limiti appaiono parte della loro novità, fatto che ci ricorda che testi e rete appartengono a due mondi differenti, nodi di senso gli uni e relazioni i secondi, per quanto non separati. Come se fossero parti separate di un disegno tracciate su due layer in Illustrator, pur a registro l’una con l’altra e interdipendenti.
L’innovazione che cambia il mondo. Ma non del tutto il mondo dell’informazione
In fondo a pensarci leggiamo ancora Wired su carta. Io non ho ancora ancora ricevuto l’ultimo numero e non ho pensato di leggerlo online. Perché? Abitudine senz’altro, ma non solo. Online trovo gli articoli ma non the real thing, perché Wired, persino Wired, vive ancora solo sulla carta. Incredibile a pensarci, anzi un manifesto. Un manifesto dell’inadeguatezza dei formati editoriali digitali e della differenza tra informazione (gli articoli, il giornalismo) e format (i prodotti, l’editoria).
Il business model? Twister not Twitter. I quotidiani dovranno considerare con attenzione il proprio posizionamento nei prossimi mesi.
Ovvero una semplice matrice Twister-like che riassume le dure leggi dell’editoria quotidiana online, ovvero:
1) Più sei grande più pubblicità online vendi, ma avrai grandi difficoltà a farti pagare le news (d’altro canto il fatturato sarà magro comparato a quello di carta per numero di lettori)
2) Se sei piccolo, non pensare di guadagnare dalla pubblicità online, ma in fondo puoi provare a vendere l’informazione microlocale dove la ‘competizione’ è meno efficace, forse (se però hai una versione stampata, rischi di cannibalizzarla; viceversa se non rischi di cannibalizzarla e pensi di dover ‘difendere’ la carta sparirai e basta)
3) Se sei il Wall Street Journal le cose non vanno malaccio: sei grande da poter attrarre pubblicità e abbastanza verticale da mettere le informazioni dietro al paywall.
Avere le rotative e usarle. Contro Google.

Google is put to the test by ad-blockers on browser, by Noam Cohen
Oh, c’mon! Be serious Noam
Di cosa parliamo quando diciamo ‘eReader’ e del perché stia materializzando sia un sogno che un Omaha Beach per gli editori

Omaha Beach (ph. Jeff Lowdermilk)
Nella concitazione del momento attuale riguardo a eBook, iSlate, etc vale la pena focalizzarsi sul perché tale momento sia così partecipato dai quotidiani e magazine e non visto da essi come ‘una partita’ soprattutto libraria.
I quotidiani si sentono accerchiati. Hanno perso senso le rotative (il potere), la distribuzione (esclusività) la stampa (il prestigio), mentre stanno perdendo tout-court lettori (audience e denaro) e pubblicità (denaro) senza riuscire a rispondere pienamente, almeno per ora. Chi può, ad esempio gli editori francesi, si abbeverano alle casse dello stato, in maniera anche importante. Ma in Italia difficilmente arriveranno denari per la stampa, almeno fin tanto che dura questo governo, che non nasconde di mettere giornali e giornalisti nello stesso canestro di giudici, comici e comunisti.
Alcuni gruppi, grandi e piccoli, certo fanno ottimi prodotti online, ma nulla che possa rivaleggiare con il Vecchio Mondo in quanto ai punti supra, né per barriere all’ingresso né per fatturati.
Il caso Kindle/Nook/Skiff-Hearst etc e ciò che ne consegue sta iniziando ad essere visto un po’ come Omaha Beach, credo: terreno che non si può lasciare a nessun costo, partita capitale dove, questa volta, emergere perché siamo con le spalle al muro e non si sa neanche come finirà la vertenza aperta con forza contro Google lato performance ad/indicizzazione-aggregazione. Il sentiment che sento circolare è insomma la voglia di non perdere anche questo treno, riconquistare qualcosa dello spazio perduto (e con questa tecnologia/device/ecosistema iTunizzante si pensa di potersi riprendere almeno distribuzione (ancorché in bit) e paywall su un prodotto poi che è culturalmente di carta (in quanto gli eBook non sono poi che ‘stampanti paperless connesse’) in quasi formato A4. Incerto.
Uscire dal(la Visione) Tunnel. Appunti per immaginare un futuro ai quotidiani
Con Visione Tunnel si intende un restringimento del campo visivo unito ad una propensione a guardare in una sola direzione. Non è quello che serve a molte aziende editoriali quotidiane, ma molte ne sono afflitte, piccole e grandi, locali e no. Quello che ci vorrebbe è, trovo, invece una visione quanto più generale e ‘olistica’ possibile, che sappia decostruire (doloroso) l’as is, prima che lo facciano rovinosamente le cose, e ricreare (divertente) delle condizioni di business all’industria -io direi ai servizi, ma siamo tutti abituati a considerarci, appunto, industria- dell’informazione. Perché ammettiamolo non c’è razionale al mondo che spieghi come avremo molti nuovi lettori paganti presto, e soprattutto non ai vecchi prezzi (il che poi è il vero problema). Similmente la pubblicità. Meglio investire in hopefulmonster e ‘rischiare’ di reinventare il settore che aggrapparsi alle proprie diottrie rimaste. Se ne stanno andando, sciogliendosi al sole del ragionamento che i giornali non sintetizzano per forza tutto il giornalismo possibile.
News you can smell. Un’immagine vale più di mille parole, etc

Che Skiff. eReader a pioggia, e il CES non è neanche iniziato

In arrivo la seconda generazione di eReader: grandi dimensioni, touchscreen e schermo flessibile, oltreché connessione wifi. Questo poi lo produce una società del gruppo Hearst, proprietario di decine di testate. Cercano di dirci qualcosa?

