Archivio per febbraio 2010
Lost in 3D translation
Tendiamo a non pensare al fatto che anche un prodotto editoriale tradizionale viva in un suo infospazio tridimensionale, nel quale viene rappresentato mentalmente dal lettore per essere esperito. Una prova evidente di questo fenomeno è il fatto che l’art director di un giornale si interessa di tutto ciò che riguarda il prodotto, ma non dello spessore (lo z axis).
Nel tradurre, poi, questi prodotti-esperienze in digitale non dovremmo affrontare il problema dell’esperienza del prodotto come habitat prima che nei suoi dispositivi di interfaccia?
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Il lato oscuro che rivuole la scarsità: editoria, mercati e rete
Registro l’urlo di dolore dell’ottimo Antonio Tombolini che condivide su Friendfeed il post dal titolo assai parlante La conferma da 3Italia: navigare sui siti mobile di Corriere della Sera e Repubblica costa 0,09€ a pagina.
In effetti in tutto questo discutere di paywall et similia, si rischia di perdere di vista una distinzione importante tra le strategie editoriali in atto, ovvero fra a) un onda positiva di investimento/ricerca di nuovi formati/occasioni che cerca di ristabilire un mercato per l’informazione online a partire dal paradigma proprio della rete, ovvero l’abbondanza e b) un ‘lato oscuro’ che invece cerca di ristabilire artificiosamente un regime di scarsità sul quale far rivivere i propri prodotti tradotti in bit. Questo lato oscuro ha un grande alleato, le reti mobili, che hanno da sempre un modello assai diverso, ovvero assai ‘scarso’ per gli utenti, sebbene apparentemente vantaggioso per le aziende: sono le uniche reti dove l’utente è sottoposto incessantemente al proprietario della rete. Apparentemente dicevamo, però: se non distribuisci suonerie per cellulari e oroscopi, non vai lontano, specie a 9 centesimi a pagina.
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Nudi alla meta. Free (not as in free beer) e altre storie
Qualche anno fa, passeggiando dopo cena a San Francisco, vidi un turista italiano rivolgersi ad un tassista indigeno in una sua personale versione della lingua inglese (abitudine diffusa tra i nostri connazionali, ma questa è veramente un’altra storia)
- Are you free?
- Nope, I charge!
La risposta, accompagnata da una sonora risata, fu, trovai, perfetta. Chi si è appassionato in gioventù al motto di spirito freudiano credo condividerà il mio entusiasmo. Chi no, può sempre approfondire ora, ne vale la pena. Lungi da fargli notare l’errore o correggerlo con la forma adeguata, il tassista ribadì fulmineamente la sua stessa raison d’être per la strada a quell’ora, e per di più con un auto gialla, aggiungendo una risata a suggellare l’ovvietà del non poter certamente essere for free.
Ma il free/gratis in verità, anche per mostrare un po’ di pietas verso il nostro connazionale, ha uno status piuttosto intermittente ai giorni nostri, avendo vissuto una parabola importante in questi ultimi quindici anni, a partire dal web, dal quale poi è in qualche modo tracimato nel mondo di atomi (ad es. con il free-press), confondendo due idee che i padri fondatori dell’Open Source avevano ben distinte in mente, ovvero il free/libero e il free/gratis.
Ad amplificare questa intermittenza semantica tra free/libero e free/gratis ci si sono messi i business plan pre e post bolla, spesso costruiti sui ricavi (ma revenues è più posh in Italì) pubblicitari fantasiosi.
Tanto per dire: lo sapete quanto ricava in pubblicità su base annua un media online italiano con un milione di utenti unici/mese, ovvero qual è il suo fatturato per utente in dodici mesi? Se parliamo di banner, potrei dire qualcosa intorno ai 50 centesimi di euro all’anno per utente estrapolato dalla sua media/mese appunto su base annua. All’anno, davvero.
Con questi fatturati, pardon, revenues, è un no brainer che i prodotti editoriali di domani -quelli che si meriteranno di arrivarci- debbano essere a pagamento. Se è vero che Information wants to be free è vero nel senso che vuole essere accessibile da chiunque e pubblicabile facilmente senza ricorrere ai costi e all’organizzazione industriali del produrla come un deterrente all’ingresso di nuovi player. Ma l’informazione è gratis da lungo tempo a ben pensarci. Tv e radio hanno sempre dato l’informazione in tempo reale e gratis, ma le persone hanno tutto sommato continuato a comprare i quotidiani in quanto occasione/prodotto e non l’informazione che contengono.
In fondo è tutto qui: se ‘cose’ come Mag+ di Bonnier avranno successo, o il NYT su iPad, lo avranno in quanto tali, in quanto prodotti, non come ‘scatole’ di informazione. L’informazione possiamo serenamente lasciarla fluire a livello corpuscolare free/gratis nella rete, con alcune importanti eccezioni, come l’informazione finanziaria o iperlocale, le persone non l’hanno mai acquistata.
Anche se oggi i ‘giornali’ online paiono ancora nudi, ovvero spogliati sia dello status di prodotto che dello status industriale dei loro genitori in atomi, che in qualche modo li giustificava in un orizzonte di scarsezza, non di meno, una volta capita la loro raison d’être (=innovati/trasformati in nuovi format su/per nuove piattaforme/occasioni), ovvero il loro essere informazione in quanto mediata attivamente in un prodotto tanto da esserne inseparabile, non informazione tout-court, potranno ancora sorridere e rispondere
-Yes, we charge!
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heisenbug | 01 > Jobs; Lanier; FB
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Il problema mi sembra sempre meno che Jobs imponga delle restrizioni ai suoi prodotti, ma piuttosto che non ci siano abbastanza Jobs in giro. Anzi, c’è ne uno solo dalla fine degli anni Settanta.
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Non so bene perché ma sento che non leggerò You Are Not a Gadget
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Uno degli inconvenienti del mestiere che faccio è dover avere un profilo su FB
