marco formento | blinkenmedia

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Nudi alla meta. Free (not as in free beer) e altre storie

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Qualche anno fa, passeggiando dopo cena a San Francisco, vidi un turista italiano rivolgersi ad un tassista indigeno in una sua personale versione della lingua inglese (abitudine diffusa tra i nostri connazionali, ma questa è veramente un’altra storia)
- Are you free?
- Nope, I charge!

La risposta, accompagnata da una sonora risata, fu, trovai, perfetta. Chi si è appassionato in gioventù al motto di spirito freudiano credo condividerà il mio entusiasmo. Chi no, può sempre approfondire ora, ne vale la pena. Lungi da fargli notare l’errore o correggerlo con la forma adeguata, il tassista ribadì fulmineamente la sua stessa raison d’être per la strada a quell’ora, e per di più con un auto gialla, aggiungendo una risata a suggellare l’ovvietà del non poter certamente essere for free.

Ma il free/gratis in verità, anche per mostrare un po’ di pietas verso il nostro connazionale, ha uno status piuttosto intermittente ai giorni nostri, avendo vissuto una parabola importante in questi ultimi quindici anni, a partire dal web, dal quale poi è in qualche modo tracimato nel mondo di atomi (ad es. con il free-press), confondendo due idee che i padri fondatori dell’Open Source avevano ben distinte in mente, ovvero il free/libero e il free/gratis.

Ad amplificare questa intermittenza semantica tra free/libero e free/gratis ci si sono messi i business plan pre e post bolla, spesso costruiti sui ricavi (ma revenues è più posh in Italì) pubblicitari fantasiosi.
Tanto per dire: lo sapete quanto ricava in pubblicità su base annua un media online italiano con un milione di utenti unici/mese, ovvero qual è il suo fatturato per utente in dodici mesi? Se parliamo di banner, potrei dire qualcosa intorno ai 50 centesimi di euro all’anno per utente estrapolato dalla sua media/mese appunto su base annua. All’anno, davvero.

Con questi fatturati, pardon, revenues, è un no brainer che i prodotti editoriali di domani -quelli che si meriteranno di arrivarci- debbano essere a pagamento. Se è vero che Information wants to be free è vero nel senso che vuole essere accessibile da chiunque e  pubblicabile facilmente senza ricorrere ai costi e all’organizzazione industriali del produrla come un deterrente all’ingresso di nuovi player. Ma l’informazione è gratis da lungo tempo a ben pensarci. Tv e radio hanno sempre dato l’informazione in tempo reale e gratis, ma le persone hanno tutto sommato continuato a comprare i quotidiani in quanto occasione/prodotto e non l’informazione che contengono.
In fondo è tutto qui: se ‘cose’ come Mag+ di Bonnier avranno successo, o il NYT su iPad, lo avranno in quanto tali, in quanto prodotti, non come ‘scatole’ di informazione. L’informazione possiamo serenamente lasciarla fluire a livello corpuscolare free/gratis nella rete, con alcune importanti eccezioni, come l’informazione finanziaria o iperlocale, le persone non l’hanno mai acquistata.

Anche se oggi i ‘giornali’ online paiono ancora nudi, ovvero spogliati  sia dello status di prodotto  che dello status industriale dei loro genitori in atomi, che in qualche modo li giustificava in un orizzonte di scarsezza, non di meno, una volta capita la loro raison d’être (=innovati/trasformati in nuovi format su/per nuove piattaforme/occasioni), ovvero il loro essere informazione in quanto mediata attivamente in un prodotto tanto da esserne inseparabile, non informazione tout-court, potranno ancora sorridere e rispondere
-Yes, we charge!

._

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Written by marco formento

07/02/2010 a 00:53

Pubblicato su giornali

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2 Risposte

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  1. Appunto.
    A me succede il contrario, spesso mi dicono: “è libero?” Invece vorrebbero dire “è gratis?”

    (non c’entra niente col post, lo so) :D

    lindalov

    09/02/2010 at 23:25


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