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Archive for the ‘rete’ Category

Chiamali se vuoi digital natives. Sguardi strabici e audience emergente

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In short, we have to answer this fundamental question: what do we
– a bunch of digital immigrants — need to do to be relevant to the digital natives?

–Rupert Murdoch, 2005 Speech to the American Society of Newspaper Editors

Mi pare che un certo strabismo digitale si stia affermando nelle parole che sento e che leggo. Riguarda le ultime due generazioni, dove la prima è la nostra, quella di chi ha fatto propria la rete (pur in minoranza tra i coetanei) e la seconda è quella dei cosidetti nativi digitali che la usa -secondo noi- piuttosto acriticamente, senza voglia (bisogno?) di indagarla, ma decisamente in maggioranza rispetto ai propri coetanei. Il rischio sarebbe di importare la dinamica del mondo fisico in rete, fatto salvo che anche lì (quì) adolescenti e adulti restano tali, certo.

D’altro canto la rete è stata per noi un po’ come il rock&roll: ha diviso per sempre nuova e vecchia generazione e creato una linea di demarcazione culturale invalicabile tra noi e i nostri genitori, che non a caso sono anagraficamente ben rappresentati nell’establishment di un Paese, il nostro, dove la tecnologia non è proprio la cup of tea nazionale (e taciamo del resto per la proverbale carità di patria). Con i riflessi che tutti vediamo: sviluppo rachitico dell’infrastruttura, goffi tentativi di ‘gestione’ centralizzata, portali governativi che sono quello che sono ma non certo i denari che sono stati spesi per realizzarli.
Ma davvero gli sguardi di queste due generazioni che si sfiorano in rete senza incontrarsi non sono destinati ad incrociarsi? Credo che questa domanda abbia una valenza amplificata per chi fra di noi lavora nei media.

P.S.:La voce più illuminante sui teens mi pare sempre quella di dana boyd.

Scritto da marco formento

20/01/2010 alle 08:00

On Demand publishing. Ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare i new new-media

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Le redazioni online sono tutto sommato organizzate come le redazioni tradizionali. Non è che ci sia questa grande differenza, in fondo. Vero che ci si organizza per coprire almeno 12 ore e più al giorno in tempo reale, senza la rete (di sicurezza) della produzione tradizionale su carta, vero che le notizie vivono di scrittura incrementale (o almeno dovrebbero), link, commenti dei lettori, multimedia, crossmedialità e così via ma se guardiamo ai basics si tratta sempre del più tradizionale dei lavori giornalistici: ricerca, selezione, gerarchia, controllo. Si tratta sempre di vaglio, di selezione a partire dalle scelte del ‘capo redattore’ a scendere fino ai collaboratori. Il che naturalmente ha le sue ragioni, che rientrano tutte nel DNA del mestiere del giornalismo (e dell’editoria, non dimentichiamolo), a testimoniare il retaggio da cui nascono scaturiscono gli attuali new media.

E se non fossero, queste ragioni, questo lavoro anti-wikipediano, per dire così, nulla se non un (sontuoso) relitto della media industry? Il controllo non è scalabile, ci ricorda David Weinberger: perché allora non proviamo a ragionare in termini di inclusività anche per i media? In fondo alcuni siti ‘puri’ lo fanno già, ad alcuni gradi, per meglio esplorare i ricavi della performance ad.

Se sostituissimo cioè l’intelligenza del caporedattore con quella di un robot che surfi, aggreghi, renda visibili i topics che scaturiscono in tempo reale in rete e lavorassimo su quelli? E se a questo ‘aggregatore’ collegassimo una rete di collaboratori e volontari che produca in near real time contenuti SEO-ottimizzati? Saremmo ancora nel giornalismo o ne staremmo istanziando l’antimateria?

Scritto da marco formento

15/01/2010 alle 13:13

Cose che possono fare la differenza. Google.cn questa sera rende internet un posto migliore

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Segnalato prontamente da Massimo e Quinta mezz’ora fa: Google dichiara di non volere continuare a collaborare con la censura del governo cinese. A costo di interrompere le operazioni in Cina. Forse è solo business, forse è anche business, e non solo il don’t be evil di Larry e Sergey, ma un po’ di orgoglio per questo mondo fatto di bit invece che di atomi, alla fine spunta. A new approach to China, really.

Scritto da marco formento

13/01/2010 alle 01:08

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Diamanti e cocci di bottiglia: va bene così. Breve apologia della rete come ambiente che gioca il caos

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Google come aggregatore industriale di sapere,
Wikipedia come aggregatore volontario di sapere,
un’azienda strepitosa e un gruppo sterminato di volontari,
non possono continuare a mischiare diamanti e cocci di bottiglia
Gianni Riotta

Il tema è quello dell’ormai famoso pezzo di Gianni Riotta su Sole sul declino del web (daje). Gli argomenti sono un po’ i soliti, per quanto la scrittura di Riotta sia brillante, il testimonial è invece inaspettato, Jaron Lanier. In sostanza i temi riottiani sono quelli del culto dell’amatore, che starebbe distruggendo la rete. Peggio ancora l’orizzonte da raggiungere sarebbe la rete come luogo della verità [sic!].

Non so come si sia espresso ‘in originale’ Lanier ma capire (to get it) la rete o no sta proprio in questo: nel sentire perché in rete le cose sono diverse. E se le cose andassero male, dovremmo poi rivolgere lo sguardo alla società che questi contenuti e relazioni genera: la rete ne è in parte lo specchio e in parte un prolungamento: un contesto, non più uno strumento, come si usa dire da parte di chi non la abita.

Contesto favorevole alla comprensione e al collegamento di macchine, testi (ad ampio spettro, non nel senso di documenti testuali) e persone. Solo chi non la vive, frequentarla non basta, non comprende, weinbergherianamente, l’eleganza, anche epistemologica, del terzo ordine. Altro che overload informativo. Per il resto, come alcuni scrivevano vent’anni fa, don’t feed the troll.

Qui gli interventi di: ZambardinoDe Biase, Mantellini, Granieri

Scritto da marco formento

12/01/2010 alle 23:34

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To read or to browse. Se i limiti si confondono con le possibilità

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Gli ereader offrono per la prima volta la possibilità di leggere testi in digitale in modo soddisfacente, per quanto connessi, specie il Kindle, invece che ‘navigare’. In parte per la mimesis offerta dalla tecnologia eInk, in parte per le loro stesse limitazioni (immagini statiche a 16 grigi o testo), almeno per ora.
Infatti assai notevolmente questi limiti appaiono parte della loro novità, fatto che ci ricorda che testi e rete appartengono a due mondi differenti, nodi di senso gli uni e relazioni i secondi, per quanto non separati. Come se fossero parti separate di un disegno tracciate su due layer in Illustrator, pur a registro l’una con l’altra e interdipendenti.

Scritto da marco formento

09/01/2010 alle 00:11

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Secrecy, Privacy. No wait, Publicy

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Stowe Boyd ha recentemente postato un articolo che ha scatenato tutti i bip! del mio radar: Secrecy, Privacy, Publicy.

Non che sia la prima voce che si leva a descrivere i cambiamenti della sensibilità sociale e personale nei confronti della gestione del pubblico/privato, ma lo fa con la consueta brillantezza ed è un ottimo punto di partenza per chi desidera riflettere sulle forze in atto e le trasformazioni sociali che stanno portanto (ad esempio il fatto che la privacy individuale non è più un default, almeno per i letterati digitali o i milioni di facebookers).

Del resto non è un mistero che mentre media, governi e istituzioni discutono di gestire la privacy, gli ultimi anni hanno segnato un ‘nudismo di massa’ circa il nostro privato. La publicy, appunto.

Scritto da marco formento

01/01/2010 alle 15:21

Pubblicato in radar, rete

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Hyperlocal=around me=journalism

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Local news organizations — if they were truly local — should want to do the same thing: organizing a community’s information so the communitycan organize itself. I call that, too, journalism
–Jeff Jarvis

Jarvis tocca un punto che trovo straordinario nel recente post The annotated world, peraltro in relazione con la mia cup of tea, l’informazione online locale. In breve cerca di mettere in guardia i quotidiani dal rischio di perdere grip sul locale, non investendo in strumenti che permettano di viverlo in community che, più che fruire, producano ‘il contenuto’. Io lo chiamerei augmented news, locale o no.

In fondo credo che il quid del ‘post-2.0′ sia qui, nella consapevolezza che stiamo vivendo contesti di rete (i nostri ‘ora’, ‘oggi’, ‘adesso’) che si pongono oltre la dinamica relazioni/contenuto (le ‘vecchie’ community) perché quest’ultimo è diventato un by-product delle relazioni, una sua emergenza per dirlo con il vocabolario della Complessità. Cosa non proprio facile da raccontare agli editori che, in questi mesi, stanno cercando modi di continuare a far pagare il contenuto (ovvero il Prodotto, mano a mano che la passa dalla carta ai bit), by the way.

Scritto da marco formento

27/12/2009 alle 18:31

Mondo su mondo [repêchage]

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In tema di hardware mobile e connesso. Arriva, dopo un certo numero di programmi non ufficiali, l’iPhone app di Blizzard dedicata al commovente MMO World of Warcraft.

In sostanza si tratta di un un tool che permette di accedere al proprio mondo in-game, che essendo nel nostro caso un gioco di ruolo online (=con altri umani) è particolarmente ricco. Ed ecco allora la possibilità di accedere al proprio calendario, ai profili degli amici, alla propria gilda e così via. In pratica è un GoogleCalendar+Facebook verticalizzato sul mondo di bit di WoW. E ricordo che da poco esiste un client Twitter in-game, TweetCraft.

L’occasione mi pare dunque propizia per notare che ci sono in atto due linee di tendenza, non convergenti:

a) Riprodurre nel Mondo B (Popper, perdonami) che è, ad esempio, WoW, le dinamiche del Mondo A (=del mondo di atomi). Ma qui nasce un paradosso, perché nel Mondo A in realtà è già ben attiva e evidente la tensione a trasferire in bit parte della propria esistenza (parliamo insomma del Facebook vero e proprio, per capirci).

b) Astrarre in un Mondo C il Mondo B, che, sempre ad esempio è WoW. Non riprodurlo (=creare un’applicazione che permetta di giocare a WoW su iPhone), ma astrarlo in una info-rappresentazione che ci permetta di tenerci collegati, ma non presenti, al Mondo B.

Scritto da marco formento

26/07/2009 alle 17:43

Pubblicato in repêchage, rete

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Tutto purché sia adesso [repêchage]

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Non passa giorno che nel mio radar non compaiano oggetti live-qualcosa. Twitter due giorni fa ha reso hotlinked gli hashtags, rendendo più semplice richiamare il flusso di tweets sull’argomento rappresentato dal tag. Ovviamente in tempo reale. Ieri FriendFeed ha introdotto il livesearch: in pratica la nostra query resta ‘viva’ continuando cioè a produrre risultati che si aggiornano in tempo reale. Solo pochi mesi fa aveva completamente reimpostato il suo design -adorabilmente zen- proprio sull’idea di tempo reale. Non è un caso che queste due piattaforme siano così attive sul tema livestream/search, personalmente le ritengo le due vere cose post-blogging (e post-RSS). E senza parlare di Google Weave, o del fatto che tra una settimana c’è il Real Time Stream Crunchup che varrà la pena senz’altro tenere d’occhio.

Mi pare del tutto logico pensare che questa tendenza all’adesso si affermerà in maniera preponderante, sotto la pressione delle vite delle persone che si ampliano online. Vite che non chiedono archivi ‘storici’ ma un’immagine della propria rete (persone – servizi – contenuti; relazioni tra queste entità) che non possono che essere ora, quando le cose, la nostra vita, accadono. Per questo, credo, i servizi IM sono così trasversali e resistenti nella storia della rete in fondo. Per questo immagino che parte del successo di Facebook sia dovuto proprio a questa capacità di dirci -ora, oggi- com’è la nostra rete, cosa ci succede intorno. Nella ‘classica’ economia di lacerti-bit vs. aggregation che è parte della rete.

[Repêchage dell'omonimo post su Cailloux, luglio 2009]

Scritto da marco formento

26/07/2009 alle 17:08

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Tweet or feed? [repêchage]

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Credo che in generale, la base scientifica di questa affermazione è però datata e proviene da una ricerca del 2005 di Yahoo, le persone non siano molto confident con i feed RSS, che, a partire dal loro nome e dai molteplici misteriosofici standard che li connotano non si offrono certo volentieri ad un pubblico non geek. Del resto: avete mai provato a spiegare cosa sono gli RSS? Io in genere ricavo, e non certo da pubblici di analfabeti, delle espressioni sgomente, tanto che mi sono convinto dell’esistenza del Paradosso dei Feed RSS, ovvero che solo chi sa già cosa sono può capire cosa sono. Oppure è un programmatore.

D’altro canto stimo che moltissime persone li usino giornalmente senza sapere che stanno aggregando/navigando/utilizzando/condividendo in effetti dei feed RSS. Parlo di iGoogle o Netvibes. O Facebook stesso.

Percezione inversa l’ho verso i ‘tweet’, che credo che stiano sovrapponendosi, peraltro utilizzandoli, ai feed e al loro ‘centro’, gli aggregatori (GoogleReader per intenderci), nel cuore oltre che nella testa degli utenti. Come dire che i feed stanno marginalizzandosi a strumenti, peraltro elegantissimi nella loro dimensione di info outliners, e i tweet eleggendosi a formati.

Il perché mi sembra sia da ricercarsi, oltre che nella user experience, notevolmente più amena, nella capacità dei tweet di darsi in un contesto, che è il nostro sfondo, esistenziale o professionale (or both) perché sono racconti, non fiumi. Contesto che non esiste nell’information outlining perché esso suppone che siano macchine a miscelarne e gestirne i flussi: non fanno che archiviare contenuto in un certo senso, con il risultato di creare splendide costruzioni, diciamo pure cattedrali nelle versioni più ardite, che non risuonano però delle voci e dei respiri, ma degli automatismi delle macchine.
Restano cattedrali vuote, mentre con i tweet posso costruire velocemente una tenda malconcia, ma questa è da subito abitata.


* Uso qui tweet come mana, significante liberamente a disposizione dei parlanti [Patron Saint Claude Lévi-Strauss], per definire i format dei servizi di microblogging et similia.

Scritto da marco formento

26/06/2009 alle 17:53

Pubblicato in repêchage, rete

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