Archive for the ‘rete’ Category
Fiat: what’s next [repêchage]
Via Nuvò Consulting: Giorgio Sacconi et moi arrighiamo 50 high potentials Fiat
Should I stay or should I go? Appunti per un quasi-manifesto [repêchage]
Is Twitter The CNN Of The New Media Generation? si chiede Techcrunch e la domanda non è retorica. Le notizie e gli aggiornamenti sulla situazione delle elezioni irachene sono un esempio della fluidità che consente ai social media di ‘passare’ attraverso le maglie della censura. O almeno di rendere inutile ritirare i visti per la stampa. Ma è lo sfondo che fa la differenza, prima degli strumenti, perché è sullo sfondo che pure interagiamo (viviamo). Twitter e in generale il microblogging stanno dimostrando una granularità ed eppure una capacità notevole di rendersi in una mescola, forse più degli stessi feed e della logica dell’aggregazione, che resiste e anzi anima i primi, ma sembra ritirarsi come semplice strumento, ho provato a dirlo. Quindi in bocca al lupo a tutti i twitter-ers iraniani che stanno rischiando in questi giorni la loro stessa incolumità solo per raccontare il tempo che vivono sotto gli indicibili fessi che gli sono toccati in sorte.
In fondo penso che siamo una generazione che ha avuto l’onere di ricordare chi faceva e non poteva più fare, trattenuta dalla mota degli Anni 80 che scaturiva e gli si rapprendeva intorno. Unica via di uscita cercare di fare per il prossimo mondo, che era la rete prima del web. Ora siamo di nuovo nelle possibilità del fare.
/off topic/ Una sera di mille anni fa a Prato. Fuori dalla finestra dell’hotel luci verdi illuminano l’asfalto, dentro la finestra del televisore CNN mostra l’attacco americano all’Iraq. Sgomento, qualcosa è cambiato, e frustrazione: solo poter decidere di assistere o no./off topic/
Lo schermo poroso [repêchage]
Quando nasce l’idea del cinema, nel senso dello sguardo che si fissa su di unoschermo? Calasso non ha dubbi, da una pagina di Baudelaire nella quale egli racconta che si ferma, per strada, a fissare una finestra, il suo spettacolo. E loschermo nacque, sentenzia finemente Calasso.
Cesura o illusione (il velo di maya buddista) così come contatto con altro: che spazio ambiguo, e onnipresente nelle suo versioni tecnologizzate, si è ritagliato questo dispositivo che chiamiamo schermo.
Quello affacciato sulla rete ha però una particolarità in quanto schermo, trovo. Non sottace il brusio del mondo (come lo schermo di carta dei giornali e dei libri), non sigilla una verità (come con la televisione), non ci stringe verso una conclusione (come al cinema). Che sia uno schermo poroso?
Lucciole per lanterne [repêchage]
Niente è più amusing di avere qualcuno dinnanzi che sostiene di usare ancora ‘la cara vecchia macchina per scrivere’ in quanto non ‘ha ceduto al freddo mondo del computer’. Non so a voi, ma io me lo sento dire ancora, talvolta.
Insomma cosa c’è di più disumano della macchina per scrivere? L’unica tecnologia che adotta permette di cancellare il corpo di chi scrive, le sue variazioni per dire così, nei confronti della scrittura alfabetica (e non a caso anni fa scuola, aziende e istituzioni avevano il compito di insegnare agli umani a scrivere come una macchina). Il pc semmai si sforza di sublimarlo, il corpo.Perdendosi in questi ragionamenti si prendono lucciole per lanterne, nel senso proprio dell’espressione: si scambia una natura con una tecnologia.
Mille pixel e poi ancora [repêchage]
Nel prossimo numero di Oxygen, rivista di Enel realizzata da Codice Edizioni, distribuita nelle librerie Mondadori e Feltrinelli, appare un articoletto su dipendenza tecnologica a mia firma dove ho provato a rivedere la categoria della dipendenza, vera o supposta, alla luce del suo contrario, il timore dell’intermittenza (che mi pare più attuale). Eccolo:
Mille pixel e poi ancora: dipendenza, intermittenza e futuro
di Marco Formento
I giochi di ruolo online appassionano milioni di persone in tutto il mondo, arrivando – secondo i critici – a rasentare una vera e propria dipendenza. Ma in una società che pare non possa più fare a meno di e-mail, cellulari, google e social network, qual è il vero confine tra vita “reale” e vita “virtuale”?
Il pendio è sempre più ripido. Arranco come posso, ma di tanto in tanto il grande fenicottero rosa e arancio che è la mia cavalcatura inciampa e finiamo irrimediabilmente qualche metro più giù. Non c’è che ricominciare, trovare il passaggio migliore tra le rocce, sperare che gli zoccoli facciano presa su quel lacerto di verde laggiù, che, mentre mi avvicino, già vira al marrone e non sembra più così sicuro, in termini di presa, come qualche minuto prima. Ho paura di non farcela. So di non farcela, almeno non in tempo. Mi sono messo in viaggio troppo tardi e sono anche dovuto passare in città a comprare il necessario per la serata: frecce e pozioni, soprattutto. Ma avevo promesso a Simona di cenare insieme, almeno stasera, e non volevo deluderla né perdermi il piacere di quel rito serale e domestico. Sento nelle cuffie le voci dei miei diciannove compagni in tutte le concepibili sfumature della lingua inglese. Si stanno lamentando del mio ritardo: in effetti manco solo io. Non posso farli aspettare ancora, né, almeno in questa parte di mondo, usare il mio drago volante. Non mi resta che smontare di sella e chiedere un trasporto, per quanto mi faccia un po’ rabbia ammetterlo. M8s pls, need a summon. Pochi istanti dopo una forza invisibile mi teletrasporta direttamente in mezzo al gruppo. Con il sollievo di tutti.
Tempo di spiegazioni e, forse, outing. Ovviamente non stavo parlando di un’esperienza in atomi (“reale” può essere una definizione terribilmente fuorviante, almeno quanto “virtuale”) ma in bit. Niente fenicotteri elfici a spasso per il centro, dunque. Raccontavo di un momento vissuto nel gioco di ruolo online (MMORPG) World of Warcraft, ovvero di un universo che esiste in senso stretto solo nella pancia della macchina, e delle suo molte sorelle, che lo produce in tempo reale per i suoi 12 milioni di utenti, immagino in una grande server farm opportunamente sistemata in una qualche desolata periferia californiana o coreana. Ma se la macchina produce un mondo, eseguendo le istruzioni dei suoi programmatori, questo mondo è ben abitato da persone che si relazionano con altre persone. Il che è un modo di dire che essi, gli umani, divengono una forma di vita sullo sfondo dello stesso universo istanziato dalle macchine. E proprio là, nell’estensione di questo sfondo, confesso che ho passato ben due mesi nell’arco dell’ultimo anno e mezzo, funestando notti e weekend. Due mesi che non posso dire essere meno “reali” della vita in atomi, e non solo dal punto di vista della macchina. Ho partecipato a matrimoni e divorzi, alcuni celebrati (i matrimoni) anche nel mondo “virtuale” di WoW. Mi sono addolorato per la morte dell’amico di un compagno (mate o, tachigraficamente, m8), entusiasmato per l’amore coronato infine, nonostante l’avversità delle famiglie, di due ragazzi indiani (ricorda qualcosa?), commosso per la generosità di una ragazzina inglese, che ha passato settimane ad aiutarmi, all’inizio del mio viaggio, ad apprendere le dinamiche di gioco e, insomma, a tirarmi fuori dal mio scomodo stato di principiante (noob). Ho anche parlato su Skype con suo padre, una volta: immagino che volesse essere rassicurato sulla correttezza delle mie intenzioni, vista la quantità di tempo che passavo con sua figlia. Non è stato difficile capirci, visto che sono padre anch’io.E devo anche aggiungere che quei due mesi sono stati solo una parte del tempo che ho trascorso online. E-mail, web e social network hanno preso il resto del mio tempo che ha dipeso dalla tecnologia. Dipendente dalla rete e dalla tecnologia relativa: così, dunque, mi sento. Anzi, rendo piena confessione: in una sola occasione in questi ultimi diciotto mesi sono stato senza accesso alla rete per due settimane di seguito e alla fine della prima qualche disagio ho incominciato a sentirlo, anche se non proprio in senso clinico, direi.
In tempi di denuncia della supposta analogia tra la dipendenza da rete propriamente detta (internet addiction disorder) e le tossicodipendenze, forse vale la pena affermare che il punto essenziale non è capire se siamo dipendenti dalla tecnologia (lo siamo) o cosa ci dobbiamo aspettare in futuro a tale proposito (essere ancora più dipendenti dalla tecnologia), ma che la domanda è mal posta e può essere invece fruttuosamente mutata di contesto e resa così, barthesianamente, operabile. Perché la posta in gioco è la comprensione della vitalità della linea di confine, del bordo, che raccorda vita in atomi e vita online, come pure dello sfocarsi dei suoi stessi lembi, in un momento della storia, il nostro, in cui la tecnologia non è più solo strumento ma diviene propriamente contesto. Ed è proprio questo contesto che ci permette di agire la nuova porzione di vita tecnologizzata in una dimensione quasi letteraria, autoriale, in forza della sua autonomia dal mondo fisico oltreché dal suo avere natura fortemente simbolica (qui pensiamo a Turing).
Il punto insomma ci sembra non tanto insistere sul tasto della vita online come sostituto della vita “vera”, ma di comprendere come l’una e l’altra (atomi e informazione, per dire così) siano appunto entrambi vita, estensione l’una dell’altra.
In questa linea di pensiero, non solo ciò che oggi tratteggiamo come “dipendenza” aumenterà, ma lo farà al punto di sparire, semplicemente, traboccando la rete dal suo piano astratto-simbolico direttamente nel mondo (Borges, 1985). Se così fosse avremo un nuovo orizzonte di problematicità, questa volta nell’intermittenza con cui la tecnologia ci viene resa disponibile, che sostituirà nelle discussioni di tipo sociologico il tema della dipendenza. Il che ci porterebbe dritti all’idea fortemente connessa alla tecnologia, forse più che alla scienza stessa, in un certo senso, che è il futuro, idea che viene rischiarata in questo contesto dallo sguardo aumentato di persone che hanno conquistato, e per di più extra-letterariamente (!), la possibilità di rielaborare il proprio passato (Starobinski, 1961). Questo nuovo futuro, questa idea del futuro, che stiamo elaborando non sarà allora uno scontato appuntamento alla prossima tappa di una tranquilla retta che dispone la freccia del tempo in ordinati prima e dopo, ma una nuova release dello stesso sfondo dal quale siamo insieme presi e dispersi. E pure fautori.
Consigli di lettura
Barthes R. (1967), Système de la mode, Èdition du Seuil
Borges J.L. (1985), Tlön, Uqbar, Orbis Tertius in Finzioni, Einaudi
Starobinksi J. (1961), L’oeil vivant, Gallimard
Leavitt D, (2007), L’uomo che sapeva troppo. Alan Turing e l’invenzione del computer, Codice Edizioni
The messier, the better [repêchage]
Ascolto alcuni esperti di web che si stracciano le vesti a causa delle ‘mode’ tecnologiche. Ora queste mode esistono, eccome, e ci ricordano peraltro che sono gli umani [Patron Saint: Roland Barthes] che scelgono le tecnologie e non viceversa (almeno per ora) e non a caso le dispongono entro sistemi.
Un filone della discussione però mi pare più angusto degli altri: la discussione sulle etichette che diamo alle cose, quando il mantra dei lamentanti diventa (durante lo stracciamento delle vesti di cui sopra, mi raccomando l’espressione stanca e spiritata) lo straziante urlo
Ma quando finirà la moda del –>inserisci nome odiata etichetta qui <– ?!?!
Francamente mi sembra incredibile, ora che possiamo accedere al terzo ordine [Patron Saint: David Weinberger], che ancora si argomenti sul disordine introdotto da etichette esterne al piccolo mondo degli esperti. Il Web2.0 non esiste? Buffo, perché viaggio da anni due continenti per vederlo, sentirne e parlarne;) L’Enterprise 2.0 non esiste? Bizzarro, ora cosa dico ai miei clienti? Ah, sono solo nuovi modi di chiamare vecchie cose? E anche se così fosse, e non è, non tout-court comunque, so what?
Come dire che se tra i neofiti di Flickr nascessero delle mode nel tagging queste invaliderebbero l’accesso alle ‘mie’ foto con mille inutili etichette ‘di moda’, quando è il contrario, sarebbero solo percorsi in più che, anche in modo frivolo, di moda appunto, si aprono: the messier, the better.
[Repêchage dell'omonimo post su Cailloux, giugno 2009]
The Ip Departement [repêchage]
Nelle aziende sta emergendo, anche ora, in questo aprile 2009 così ostico, un nuovo dipartimento che si occupa proattivamente di quella spina dorsale di relazioni e performance che è internet. Lo chiameremo l’IP Departement : sta cambiando l’adozione delle tecnologie, spostando gli investimenti relativi e ridisegnando, fluidificandoli, i confini non solo delle competenze aziendali ma dell’azienda stessa.
La cosa più vistosa è che questo dipartimento non è descritto in nessun organigramma, semplicemente non appare dalle ricognizioni abituali (organizzative, contabili). Troppo veloce, così fluido da sembrare ineffabile. E’ un’onda senza orari e uffici, non produce PowerPoint[1], non convoca riunioni, non lancia progetti o scandenzia releases. Ma soprattutto i suoi membri sono chiunque, dovunque in azienda. Siamo noi, i bricoleurs, l’IP Departement.
Questi bricoleurs non sono specialisti di tecnologie né ingegneri, sono persone che hanno avuto la possibilità di creare delle infrastrutture IT informali grazie agli strumenti disponibili in rete. Gratis, affidabili e magari pure OpenSource. E che insieme mostrano alle aziende migliori (moderni?) percorsi di costruzione di relazioni e performance di quelli che spesso sopravvivono solo come concrezioni di scorie (vogliamo parlare dell’uso dell’email in azienda? O dei GANTT su Microsoft Project?)
Ma allora l’IT Departement diventa superfluo? No, anzi, ha una sfida interessante e vitale come non mai: trovare un bio-equilibrio con questa forza vitale così fuzzy per poi produrre e gestire le ‘cose’ di cui le aziende hanno bisogno. L’IT ha davanti la possibilità di conquistarsi una nuova vita. Ma deve lasciare il SUV per la tavola da surf.
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[1] ‘Produrre PowerPoint’ è un’agghiacciante ossimoro, trovo. Thanks Ma’m^^
Magnetic Enterprise 2.0 [repêchage]
Credo non si rifletta abbastanza, almeno dal punto di vista delle aziende, su quanto le parabole del Web 2.0 e dell’Enterprise 2.0 siano co-tessute. Il motore di adozione, in azienda come nel ‘privato’, è sempre lo stesso, ovvero la disponibilità di strumenti e piattaforme online, integrabili e sostanzialmente gratuite: parliamo di Software as a Service, o SaaS. Se riconosciamo ad esse la stessa origine e proprietà non è difficile stabilire che sono le stesse persone che una volta entrate in azienda non possano che portare all’interno di essa la stessa disponibilità a costruirsi strumenti e percorsi, anche al di fuori della funzione IT propriamente detta.
Il SaaS permette insomma la creazione di infrastrutture IT informali e non impattanti sulla gestione delle tecnologie, ed eppure, ecco il paradosso (che può essere se ben gestito un paradosso assai creativo) che abbiamo provato a descrivere parlando dell’IP Departement e del bricolage, in accezione evolutiva, ugualmente disponibili ai suoi utenti attraverso quelle stesse tecnologie.
Ecco allora che se proviamo a mettere su un asse il tempo dello sviluppo di massa della rete (gli ultimi 15 anni) e sull’altro asse il grado di intimacy che stiamo sviluppando nei confronti della rete stessa, ovvero il grado di fluidità emotiva che sviluppiamo al nostro interagire con essa saldandola in uno sfondo pure esistenziale (in questo senso trovo molto stimolante il lavoro di Leisa Reichelt) non resta difficile tracciare due traiettorie evolutive, che corrispondano al Web 2.0 e all’Enterprise 2.0. E dove ci si rivela la capacità della prima traiettoria di esercitare un’attrazione sulla seconda, polarizzandone l’evoluzione in senso social, appunto.
Una delle emergenze più notevoli di questo processo è poi, trovo, che il mondo delle aziende, abituato per un lunghissimo tempo a derivare i suoi paradigmi organizzativi da entità come l’esercito o lo stato, si rivolge ora direttamente alla società.
David, la mozzarella e il valore [repêchage]
Insomma, siamo a tavola. David Weinberger guarda stupito la sua bolla di mozzarella che una cameriera anoressica gli porge mentre il maître lo rassicura. Pare in effetti un dessert venusiano dernier cri. Paolo Valdemarin, a cui devo l’invito a cena, ed io ci guardiamo, piuttosto soddisfatti del menù. Mauro Del Rio, il suo simpatico socio e le altre persone al tavolo sembramo assorte e fanno domande sul futuro dei servizi mobili in salsa community lato utenti.
Domani l’evento di Buongiorno dedicato a Blinko che Luca De Biase e Mafe De Baggis, tra gli altri, racconteranno.
Scocca il secondo e Carlo Alberto Carnevale Maffè provoca il tavolo, peraltro suscitando una reazione molto interessata da parte di David, sostenendo che il vero valore della rete è emerso solo nel caso delle reti mobili, piuttosto che dal web, che non ha saputo crearlo questo valore.
Stupore. Dramma. Incredulità. E anche difficoltà. Vorrei dire a Carlo, e ci provo, che sono due ‘cose’ imparagonabili. Che le reti mobili, è vero, essendo possedute dalle telco sono a pagamento dalla a alla z, ma che nessuna ha la ricchezza che il web ha instaurato. Ma Carlo non sembra poi turbato ‘io mi occupo di valori, non faccio sociologia da salotto’, mi risponde, più o meno. Non ha tutti i torti, anche se vorrei, in fondo, che li avesse. Vorrei avere le risposte, ma non le ho. Ne parliamo a lungo la sera e la mattina seguente con Paolo. Il problema sembra essere, almeno per quello che posso dire personalmente, che da un lato sembra così evidente l’enorme valore del web e dall’altro si dimostra refrattario ad ogni contabilità.
Prendiamo la mia industry, l’editoria quotidiana. Prendiamo il caso degli annunci economici e dell’impatto che, ad esempio Craig’s List ha avuto nell’area della Baia: decine di milioni di dollari svaniti, che non torneranno più nelle casse dei quotidiani, che li usavano tradizionalmente per finanziare la loro indipendenza editoriale. Conseguenza diretta, licenziamenti e un’enorme ricchezza che si concentra nella piccola azienda di Craig. Su una rete mobile non sarebbe successo, il valore si sarebbe conservato o addirittura accresciuto. E lo stesso motivo per cui ciò è possibile -c’è un proprietario che mette in rete quello che vuole al prezzo che vuole rendendo di fatto tutto controllato e a pagamento- rende così poveri i servizi su rete mobile, quando in realtà potrebbero avere mille motivi di interesse, magari corroborati da devices e infrastrutture adeguati.
Arriva il dessert: favoloso.
