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Chiamali se vuoi digital natives. Sguardi strabici e audience emergente
In short, we have to answer this fundamental question: what do we
– a bunch of digital immigrants — need to do to be relevant to the digital natives?
–Rupert Murdoch, 2005 Speech to the American Society of Newspaper Editors
Mi pare che un certo strabismo digitale si stia affermando nelle parole che sento e che leggo. Riguarda le ultime due generazioni, dove la prima è la nostra, quella di chi ha fatto propria la rete (pur in minoranza tra i coetanei) e la seconda è quella dei cosidetti nativi digitali che la usa -secondo noi- piuttosto acriticamente, senza voglia (bisogno?) di indagarla, ma decisamente in maggioranza rispetto ai propri coetanei. Il rischio sarebbe di importare la dinamica del mondo fisico in rete, fatto salvo che anche lì (quì) adolescenti e adulti restano tali, certo.
D’altro canto la rete è stata per noi un po’ come il rock&roll: ha diviso per sempre nuova e vecchia generazione e creato una linea di demarcazione culturale invalicabile tra noi e i nostri genitori, che non a caso sono anagraficamente ben rappresentati nell’establishment di un Paese, il nostro, dove la tecnologia non è proprio la cup of tea nazionale (e taciamo del resto per la proverbale carità di patria). Con i riflessi che tutti vediamo: sviluppo rachitico dell’infrastruttura, goffi tentativi di ‘gestione’ centralizzata, portali governativi che sono quello che sono ma non certo i denari che sono stati spesi per realizzarli.
Ma davvero gli sguardi di queste due generazioni che si sfiorano in rete senza incontrarsi non sono destinati ad incrociarsi? Credo che questa domanda abbia una valenza amplificata per chi fra di noi lavora nei media.
P.S.:La voce più illuminante sui teens mi pare sempre quella di dana boyd.
Nudo/vestito [repêchage]
I’ve been online since I was a teen. I’ve grown up with this medium and
I embrace each new device that brings me closer to being a cyborg
– dana boyd
Nella discussione, spesso assai male impostata, sui quotidiani di carta vs. online, si perde molte volte di vista un fatto macrocospico, ovvero che i quotidiani online non esistono. Sul web troviamo soprattutto notiziari online, che sono prodotti molto distanti, e non perché non sono stampati su ex alberi, dai quotidiani.
Il che ci riporta da un lato alla grandezza monumentale del quotidiano di carta come costrutto complesso di contenuto, formati, gerarchie e supporto storicamente depositato (ergo, il suo disporsi come prodotto) e dall’altro illumina la resilienza straordinaria di questo prodotto, che un senso interamente moderno non l’ha più.
Se prendiamo un punto di vista internettiano, verrebbe da pensare che mentre i grandi formati post-blog (Twitter, Friendfeed) capitalizzano la capacità di rendere disponibile entro community più o meno bonded i contenuti come relazioni, i quotidiani dovrebbero incominciare a pensare in altri termini, strategicamente e dal punto di vista del design. Dovrebbero iniziare a vestire da giornali i propri notiziari online.
[Repêchage dell'omonimo post su Cailloux, luglio 2009]
