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A favore di un’informazione ‘ecosostenibile’. Alla ricerca di nuovi equilibri nella società prima che sul mercato

con 6 commenti

Luca De Biase precisa molto bene un punto importante nella conversazione nata attorno al suo post quando dice che, in fondo l’inquinamento (possiamo dire, l’entropia?) dell’ecosistema informativo che stiamo cercando di costruire è parte integrante della partita e come tale non va censurato, né d’altro canto semplificato, quanto (per usare un termine caro a noi vecchietti;) surfato, specie in questa momento:

L’inquinamento è costantemente possibile. In ciascun modello ci sono potenziali falle alla sicurezza dell’informazione. Nel modello basato sul mercato, per esempio, non possiamo non citare i latenti conflitti tra gli interessi dei lettori-compratori di prodotti editoriali e gli inserzionisti pubblicitari. Nel modello dei media sociali si rischia una scarsità di risorse per l’investimento nella ricerca di informazione, di coordinamento metodologico, di sistematicità nella verifica. Nel modello comunitario, nel quale fondazioni e società sostengono il lavoro di ricerca dell’informazione, si rischia la concentrazione sui temi più vicini alle forme della comunità stessa. Nel modello statalista si rischia la sterilità delle idee, a fronte degli interessi elettorali. Ma attenzione: tutti questi sono rischi, non certezze (benché i rischi del mercato e dello stato siano piuttosto elevati e i rischi dei media sociali e delle comunità siano tutti da verificare); e soprattutto le opportunità offerte da ciascun modello sono altrettanto importanti. Con molta umiltà, il nostro autore collettivo potrebbe andare avanti in questa direzione per analizzare rischi e opportunità in modo sistematico e non pregiudiziale.

In questa visione il ‘prodotto bellissimo’ si rivela allora pienamente nella luce del prodotto che i destinatari, messi al centro della fruizione/partecipazione, sono interessati a abitare. E, cosa forse più importante perché anteriore, definisce l’orizzonte di una società da (ri)costruire prima di preoccuparsi di definire dei prodotti destinati a tale società. Vitale.

Se poi, come mi pare che anche Luca faccia ben traslucere, maturasse una piattaforma/tecnologia che potenzi abitudini di fruizione antiche sullo sfondo del digitale e della sua nuvola, allora avremmo il contesto migliore per produrlo e distribuirlo questo ‘prodotto bellissimo’, a patto di saperlo pensare. E non posso che essere d’accordo: gli ereader sono la prima reale occasione per gli editori di quotidiani di rifondare un’economia -dalla loro prospettiva, per carità- dell’informazione. E sì, occorre lavorarci, anzi

Fare ricerca. E crederci.

Scritto da marco formento

11/01/2010 alle 00:03

Postille a ‘Nuove prospettive sul futuro dell’informazione’ di Luca De Biase

con 7 commenti

Nel recente post Nuove prospettive sul futuro dell’informazione l’ottimo e sempre prestigioso Luca elabora tre riflessioni generali, importanti e trovo di grande respiro, cui vorrei aggiungere un minimo testo parallelo, per provare a partecipare alla discussione [patron saintRoland Barthes quando ci ricordava che, in un tempo molto anteriore al nostro, pre-romantico, l'auctor era una figura collettiva che riassumeva il lavoro asincrono dello scriptor, del compilator e infine dello stesso commentator].

Luca scrive:

1. L’informazione di qualità ha valore e costa tempo o denaro. Il modo in cui viene pagata contribuisce a qualificarla: può pagarla il pubblico che compra un prodotto editoriale, la pubblicità che compra l’attenzione del pubblico, una comunità di sottoscrittori o uno stato che la finanzia. Oppure può essere regalata da brave persone molto informate che trovano la loro dimensione nel pubblico attivo. La soluzione del pubblico che paga il prodotto non è l’unica, ma è ottima – per l’informazione è comunque migliore di un modello basato solo sulla pubblicità che paga tutto – ma si realizza se il prodotto è davvero bellissimo.

2. L’ambiente che crea le condizioni per generare un prodotto editoriale davvero bellissimo è essenzialmente costruito da: a) editori che investono in ricerca, che amano la tecnologia e la capiscono, che corrono alla velocità della tecnologia, che inventano i modelli di business giusti; b) da giornalisti, autori, designer, grafici, che colgono le possibilità offerte dalla tecnologia e le interpretano bene;

3. La tecnologia è contemporaneamente una continua corsa al rialzo e alla popolarizzazione: non ci sono barriere all’entrata che durano per sempre; e la qualità, come la partecipazione del pubblico (anche attraverso il pagamento), si mantiene soltanto investendo continuamente nella qualità dei contenuti e nella tecnologia che li supporta.

La prima affermazione per me è la più problematica, perché credo non ricada nella storia dell’editoria come industria. Il valore dell’editoria quotidiana è sempre stato stabilito, prima della qualità dell’informazione, dalla stessa possibilità di produrla. Ovvero dalla scarsezza relativa. Quando diciamo che ‘L’informazione di qualità ha valore’ in realtà dovremmo forse dire: sarebbe augurabile che l’editoria generasse una consapevolezza che il valore dei suoi prodotti deve ormai trovare una diversa sorgente e che autorità (posso stampare un quotidiano) e autorevolezza (stampo un ottimo quotidiano) sono due destini distinti, per la prima volta nella storia di questa industry, che infatti vive  a tutt’oggi la rete come uno scandalo (ovvero skàndalon, incidente).

Sono d’accordo che ‘Il modo in cui viene pagata [l'informazione] contribuisce a qualificarla’ ma non credo che la scelta di un modo o dell’altro sia neutra. In particolare trovo che accettare, o invocare, soldi pubblici sia ingannevole, perché il nostro lettore, concetto che non tutti i quotidiani tengono al centro del proprio fare giornalistico (quante volte si scrive per essere letti da VIP o altri colleghi), sparirebbe come stakeholder, sia perché mi pare un ripiego che certo non ispirerebbe innovazione, quanto acquiescenza.

Alla luce di quanto detto credo allora che ‘La soluzione del pubblico che paga il prodotto non è l’unica, ma è ottima (…) ma si realizza se il prodotto è davvero bellissimo’ assuma senso al di quà della rivoluzione digitale, dove la creazione di valore tendeva -industrialmente- a posizionarsi nelle fasi di produzione dell’informazione. Processo costoso, che giustifica da sé, in realtà generando utili altissimi, specie publicitariamente,  una valorizzazione del prodotto, del resto semi-esclusivo. Ma ovviamente, come anche Luca spesso ci racconta nei suoi scritti, il tema è tutto al di là di quel momento mentre trovo che bisognerebbe, tutti, meditare sulle diverse prospettive che dovrebbero giudicare un ‘prodotto bellissimo’. Io ne vedo tre, anzi quattro di punti di vista, due interni all’impresa editoriale e due esterni, ovvero quello della redazione e dei giornalisti, dell’azienda e dei suoi manager, dell’investitore pubblicitario e del lettore. E quasi mai coincidono.

Scritto da marco formento

09/01/2010 alle 23:44

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