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Uscire dal(la Visione) Tunnel. Appunti per immaginare un futuro ai quotidiani

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Con Visione Tunnel si intende un restringimento del campo visivo unito ad una propensione a guardare in una sola direzione. Non è quello che serve a molte aziende editoriali quotidiane, ma molte ne sono afflitte, piccole e grandi, locali e no. Quello che ci vorrebbe è, trovo, invece una visione quanto più generale e ‘olistica’ possibile, che sappia decostruire (doloroso) l’as is, prima che lo facciano rovinosamente le cose, e ricreare (divertente) delle condizioni di business all’industria -io direi ai servizi, ma siamo tutti abituati a considerarci, appunto, industria- dell’informazione. Perché ammettiamolo non c’è razionale al mondo che spieghi come avremo molti nuovi lettori paganti presto, e soprattutto non ai vecchi prezzi (il che poi è il vero problema). Similmente la pubblicità. Meglio investire in hopefulmonster e ‘rischiare’ di reinventare il settore che aggrapparsi alle proprie diottrie rimaste. Se ne stanno andando, sciogliendosi al sole del ragionamento che i giornali non sintetizzano per forza tutto il giornalismo possibile.

Scritto da marco formento

06/01/2010 alle 00:53

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Mostri colmi di speranze [repêchage]

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Ovvero hopeful monsters, almeno intesi con Jay Gould: come potremmo definire meglio ‘le cose’ che i piani per il futuro, anche prossimo, dei quotidiani di varie dimensioni e audiences stanno preparando se non citando questa figura dell’evoluzione? Editori, manager e redazioni stanno capendo, anche non senza dolori, che, ancora jaygouldianamente, l’adagio natura non facit saltum non pare trovare più punti aderenti di applicazione e il salto, il mostro, può trovare spazio nel quale affermarsi, la sua nicchia evoluzionistica.

Il dramma è tutto nello scorgere un punto di discontinuità radicale nelle pratiche dicreazione e confezione dei giornali, punto che pare allargarsi e avvicinarsi ad ogni istante, specie in relazione alla dissafezione che i lettori e gli investitori pubblicitari testimoniano senza tregua. E mentre i relativi prodotti online vengono premiati dai lettori ma non dai fatturati.

In questo senso trovo abbia ragione Clay Shirky nell’argomentare che i quotidiani si somigliano tutti nell’organizzazione, e non a caso. Dall’Osservatore Romano al New York Times si trova, su scale diverse, la stessa struttura. Perché si sono abituati nei secoli a funzionare allo stesso modo. Vendite in abbonamento e edicola più pubblicità locale e nazionale. Per i più fantasiosi collaterali (libri, DVD, piatti…) e ‘panini’, praticamente i vendite forzate per fare diffusione. Su tutto poi, almeno in Italia, rilevazioni bizantine delle diffusioni ad usum dei centri media.

Una delle strade più interessanti verso la sopravvivenza dei quotidiani e, mi pare, meno battute, è quella di forgiare nuovi mostri evoluzionistici basandosi non sui ‘contenuti’ del giornale, ma sul suo marchio (prima che si appanni, by the way) e la rete di relazioni che spesso intesse con i suoi stakeholders. Certo parliamo ditraguardare un punto che è naturalmente oltre il ricordato e temuto punto didiscontinutà, ma che per questo contiene potenzialmente nuovi business da esplorare. Al di fuori della quiete di un procedere costante che va solo gestito e sorvegliato, si tratta di uscire nel mondo e reinventarsi sul mercato caso per caso.

Scritto da marco formento

26/04/2009 alle 17:37

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