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Nudi alla meta. Free (not as in free beer) e altre storie

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Qualche anno fa, passeggiando dopo cena a San Francisco, vidi un turista italiano rivolgersi ad un tassista indigeno in una sua personale versione della lingua inglese (abitudine diffusa tra i nostri connazionali, ma questa è veramente un’altra storia)
- Are you free?
- Nope, I charge!

La risposta, accompagnata da una sonora risata, fu, trovai, perfetta. Chi si è appassionato in gioventù al motto di spirito freudiano credo condividerà il mio entusiasmo. Chi no, può sempre approfondire ora, ne vale la pena. Lungi da fargli notare l’errore o correggerlo con la forma adeguata, il tassista ribadì fulmineamente la sua stessa raison d’être per la strada a quell’ora, e per di più con un auto gialla, aggiungendo una risata a suggellare l’ovvietà del non poter certamente essere for free.

Ma il free/gratis in verità, anche per mostrare un po’ di pietas verso il nostro connazionale, ha uno status piuttosto intermittente ai giorni nostri, avendo vissuto una parabola importante in questi ultimi quindici anni, a partire dal web, dal quale poi è in qualche modo tracimato nel mondo di atomi (ad es. con il free-press), confondendo due idee che i padri fondatori dell’Open Source avevano ben distinte in mente, ovvero il free/libero e il free/gratis.

Ad amplificare questa intermittenza semantica tra free/libero e free/gratis ci si sono messi i business plan pre e post bolla, spesso costruiti sui ricavi (ma revenues è più posh in Italì) pubblicitari fantasiosi.
Tanto per dire: lo sapete quanto ricava in pubblicità su base annua un media online italiano con un milione di utenti unici/mese, ovvero qual è il suo fatturato per utente in dodici mesi? Se parliamo di banner, potrei dire qualcosa intorno ai 50 centesimi di euro all’anno per utente estrapolato dalla sua media/mese appunto su base annua. All’anno, davvero.

Con questi fatturati, pardon, revenues, è un no brainer che i prodotti editoriali di domani -quelli che si meriteranno di arrivarci- debbano essere a pagamento. Se è vero che Information wants to be free è vero nel senso che vuole essere accessibile da chiunque e  pubblicabile facilmente senza ricorrere ai costi e all’organizzazione industriali del produrla come un deterrente all’ingresso di nuovi player. Ma l’informazione è gratis da lungo tempo a ben pensarci. Tv e radio hanno sempre dato l’informazione in tempo reale e gratis, ma le persone hanno tutto sommato continuato a comprare i quotidiani in quanto occasione/prodotto e non l’informazione che contengono.
In fondo è tutto qui: se ‘cose’ come Mag+ di Bonnier avranno successo, o il NYT su iPad, lo avranno in quanto tali, in quanto prodotti, non come ‘scatole’ di informazione. L’informazione possiamo serenamente lasciarla fluire a livello corpuscolare free/gratis nella rete, con alcune importanti eccezioni, come l’informazione finanziaria o iperlocale, le persone non l’hanno mai acquistata.

Anche se oggi i ‘giornali’ online paiono ancora nudi, ovvero spogliati  sia dello status di prodotto  che dello status industriale dei loro genitori in atomi, che in qualche modo li giustificava in un orizzonte di scarsezza, non di meno, una volta capita la loro raison d’être (=innovati/trasformati in nuovi format su/per nuove piattaforme/occasioni), ovvero il loro essere informazione in quanto mediata attivamente in un prodotto tanto da esserne inseparabile, non informazione tout-court, potranno ancora sorridere e rispondere
-Yes, we charge!

._

Written by marco formento

07/02/2010 at 00:53

Pubblicato su giornali

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La Cosa iPad: apocalittici, integrati e la terza via. Ovvero perché l’iMac non è un pc senza floppy disk

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1. Apocalittici

Mercoledì sera Massimo fotografa bene la prima accoglienza -gelida- della blogosfera (qualsiasi cosa ‘blogosfera’ significhi) alla presentazione dell’iPad con il suo lapidario

Ok archiviamo il fatto che la prima impressione e’ drammatica

Ed effettivamente piovono i post su FriendFeed e Twitter che lo definiscono ‘una cornice digitale’, ‘iPacco’ per poi stabilizzarsi su un deluso ‘iPhone gigante’. Non si contano i sarcasmi sul nome (davvero brutto, anyway). Poi, poco a poco, il clima si disgela e iniziano ad arrivare i primi commenti positivi.

Il fronte del no si stabilizza velocemente su due direttrici argomentali:

- Non hanno inventato niente (e.g.: -con ironia- Vanz) in diverse variazioni che si coagulano attorno a tre concetti: è una copia più potente ma scomoda di un oggetto già esistente (‘un iPhone gigante’); è una copia meno potente ma ancora più portatile di una cosa che esiste già (‘un mini AirBook’/’un mini netbook’); non hanno inventato niente tout court (‘esistono altri modelli e produttori’)
- Interessante ma pericolosa piattaforma di distribuzione di contenuti DRM-driven. Ad esempio iPad: protetto by design di Stefano e il celebre correlato Sign the petition: iPad DRM is iBad for our freedoms.

Vittorio ha raccolto le prime reazioni sui blog italiani qui e qui.

Poco dopo David Pogue posta The Apple iPad: First Impressions dove stigmatizza questi momenti

Now Phase 2 can begin: the bashing by the bloggers who’ve never even tried it: “No physical keyboard!” “No removable battery!” “Way too expensive!” “Doesn’t multitask!” “No memory-card slot!”

That will last until the iPad actually goes on sale in April. Then, if history is any guide, Phase 3 will begin: positive reviews, people lining up to buy the thing, and the mysterious disappearance of the basher-bloggers.


2. Integrati

Il 90% apocalittici + tutti gli altri, fra due mesi, quando sarà in vendita;)
Se avessi tenuto traccia delle critiche feroci all’iPhone quando è stato presentato avrei riempito tera e tera di dischi (chi si ricorda l’incantevole ‘non invia MMS’?), quando d’altro canto le critiche possibili erano su un’altra linea, ovvero sul dove avrebbe portato la traiettoria del prodotto reinventato. Immagino che la storia si ripeterà, pogueianamente.


3. La terza via

Mi piace pensare che esista una terza via che non considera il prodotto/device/piattaforma digitale e la relativa esperienza utente come la raccolta delle sue features. Che riesca ad esprimere insomma il punto di vista del non specialista/nerd/geek, ovvero la prospettva che conta davvero se ci si appassiona non solo ai mercati digitali, ma alle società che tali mercati incontrano. Se così non fosse, l’iPod non sarebbe che un player mp3 peggiorato dal DRM; l’iPhone un HTC con meno megapixel; l’iMac un pc senza floppy.

Su questa via ‘terza’ possiamo allora provare a collocare, e riportare, alcuni ragionamenti:

a) La difficile collocazione dell’iPad in una tassonomia (è una cornice; è un iPhone gigante; il tablet c’era già) è in realtà il segno del suo essere nuovo. Ha ragione Jobs a dire che i netbook non migliorano nessun aspetto dell’esperienza dell’utente, offrono solo esperienza inferiore ad un prezzo inferiore. L’iPad non è la versione Apple del pc-tablet con MacOS (come lo Slate HP che monta MS W7), è la prossima tappa della sparizione del pc: scompare la tastiera, il sistema operativo general purpose, la gestione dei file ‘classica’, dischi e devices, mouse. Resta l’esperienza, il web/media/servizi da toccare.

b) Ha ragione Jobs a collocare gli sforzi di innovazione sul mobile, perché quello è il fronte dove il digitale diventa personale, è ‘mio’. Ora che i laptop fanno tutto quello che fanno i desktop è possibile eliminare la cornice ‘pc’ intorno ai contenuti/media/servizi e farli vivere su uno sfondo il più possibile esile, apparentemente slegati dalla macchina.

c) Dal punto di vista dell’editoria l’iPad (e ciò che seguirà) è un appuntamento col destino, dove questa industry, che ha perso in un certo senso tutti i treni possibili, può riappropiarsi di una porzione del processo di creazione del valore. Molto bello in questo senso il titolo di Luca iPad, i giornali sono applicazioni.
Certo resta da capire se la lettura su LCD sia accettabile (personalmente sono molto curioso di sapere se non esista ‘qualcosa da fare’ via software). Cercherò su questo di fare tesoro del punto di vista appassionato di Antonio, anche se lo stesso Pogue crede che

The iPad as an e-book reader is a no-brainer. It’s just infinitely better-looking and more responsive than the Kindle, not to mention it has color and doesn’t require external illumination

Magazine e libro poi mi sembrano due momenti molto diversi, il primo lo potrei fruire anche su LCD, il secondo, almeno per ora, lo lego all’eInk.
._

Written by marco formento

31/01/2010 at 11:27

Pubblicato su giornali, radar

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La Cosa iPad. Apple presenta il suo non-pc con cui promette di sconvolge tutti i giochi

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La Cosa è notevole e dimostra la lungimiranza e il talento di Jobs. Il tablet di Gates è un pc con un pezzo in meno, quello di Apple è una ‘cosa’ che prima non esisteva. Sembra un iPhone gigante e non ha un sistema operativo da computer ma da ‘cosa’, appunto, da hopefulmonster destinato a ficcarsi nello spazio esistente tra il massimo della fruizione/esperienza mobile e il pc, che per quanto sempre più laptop che desktop, resta in cima alla scala della complessità.

iPad

Difficile dire ora se sarà un successo (se sì, addio Kindle, Nook e compagnia; addio netbook, relativamente, e addio Slate) ma lo street price di 499 dollari aiuterà notevolmente la nuova piattaforma, che peraltro parte forte di 144mila applicazioni ereditate da iPhone/iPod T.

Microsoft appare sempre più in crisi di identità, se non di fatturato. Amazon rischia di fare la fine del firstcomer defenestrato (anche se chi legge libri e non giornali lo amerà, credo, comunque e il catalogo/ecommerce/etc di Bezos non discute). Android continua la sua inspiegabilmente soffice corsa verso non si sa dove.

Perché la Cosa iPad è un computer senza esserlo, un computer che mette in primo piano le persone, i contenuti e i servizi e si acquatta discreto sullo sfondo. E’ una cosa che prima non c’era, come il Mac nel 1984.

Ma non solo: ponderata meglio la fruizione su LCD, quando ti fanno vedere il New York Times (il giornale, non il sito), pensi ‘questo sì, questo prodotto lo possiamo vendere al pubblico’. Erano 15 anni che non provavo quella sensazione riguardo ad un prodotto editoriale digitale, che ora è libero di essere tutto quello che potrà essere (Mag+, Daily Prophet e molto altro ancora)

Written by marco formento

28/01/2010 at 00:10

Soldi nuovi dai vecchi media: la visione di Apple

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Almeno è il titolo di questo articolo del WSJ: Apple Sees New Money in Old Media.

Apple has recently been in discussions with book, magazine and newspaper publishers about how they can work together. The company has talked with New York TimesCo., Condé Nast Publications Inc. and HarperCollins Publishers and its owner News Corp., which also owns The Wall Street Journal, over content for the tablet, say people familiar with the talks.

Written by marco formento

24/01/2010 at 00:07

Pubblicato su radar

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